Il giorno in cui l’Africa divenne quasi uno stato unito

Ritorniamo sulla tematica dello Stato Unico Federale d’Africa che anche recentemente abbiamo toccato. Solo l’autodeterminazione del continente, la sua uscita totale dal neocolonialismo, potrà contribuire ad una geopolitica senza egemonie imperialiste

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di Ismail Akwei

Il sogno di un’Africa unita è iniziato molto prima della formulazione dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OAU) nel 1963 a seguito di un intervento del re di Etiopia, Haile Selassie I ad Addis Abeba.

All’inizio degli anni ’60, quando l’indipendenza stava spazzando il continente colonizzato, i combattenti della liberazione e gli eroi dell’indipendenza parlavano genericamente di un’Africa unita che avrebbe messo fine alla colonizzazione in tutto il continente.

l primo presidente del Ghana, Dr Kwame Nkrumah, aveva espresso l’idea nel 1957, quando la Costa d’Oro (Gold Coast – attuale parte del Ghana-ndt.) ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna. Aveva proposto una immediata unità del continente.

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Ad un anno dalla condanna degli assassini di Victor Jara

Solo l’anno scorso, a luglio, sono entrati in carcere gli assassini del grande Victor Jara.

L’11 settembre 1973 il cantante cileno Victor Jara veniva “prelevato” e trasferito assieme a migliaia di altre persone nello stadio di Santiago dagli autori del colpo di stato che nelle stesse ore stava deponendo Salvador Allende dalla guida del Cile. Iniziava la dittatura di Pinochet. Il cantautore venne torturato a lungo, colpendogli le mani fino a rompergliele con il calcio di una pistola, per poi schernirlo dicendogli se ora fosse stato capace ancora di suonare. Il 16 settembre (o stando ad altre testimonianze il 23) fu assassinato a colpi di pistola.

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L’intellettuale organico: Gramsci

Presentiamo uno degli articoli più interessanti e profondi che abbiamo inserito fino ad ora. Raccomandiamo di leggerlo, ma soprattutto di tornare a leggerlo in futuro, per non perdere l’àncora che dovrebbe tenere saldi, in una fase storica burrascosa, i principi e le valutazioni di fondo dei progressisti del XXI secolo. Tristemente, ma nel contempo per fortuna, da ormai troppi anni, le citazioni più acute e l’omaggio al sempre attuale Antonio Gramsci, ci arrivano solo da Cuba e per osmosi dai paesi latinoamericani. Vergogna ai perdenti e divisissimi “politici di sinistra” italiani!

Immagine tratta da Rebelión

(testo: NON DIMENTICARE! L’IMPORTANTE NON E’ SOLO CAPIRE IL MONDO IN UN ALTRO MODO, MA ANCHE FARE QUALCOSA PER CAMBIARLO)

Quando Antonio Gramsci fondò il Partito Comunista nel 1921, indicò l’establishment(1) come un nemico di classe, e il suo percorso non si fermò finché non cadde in un processo politico organizzato dal fascismo dominante, dove il magistrato dichiarò il “cervello” dell’intellettuale colpevole di tutte le accuse e “degno di 20 anni di condanna“.

di Mauricio Escuela*

Anni fa, quando ho sentito parlare per la prima volta della filosofia come la totalità del reale, sono rimasto stupito davanti alla caduta dei paradigmi morali e delle architetture del pensiero. Una di queste barriere era la convinzione che il materialismo si riferisce unicamente al palpabile e che l’idealismo è circoscritto all’invisibile. Con una rapidità propria dei dialoghi platonici, quello studente che ero (e continuo a essere) vide l’obiettività dell’ideale, ossia, il carattere concreto e storico della cultura.
In quell’orizzonte apparve Gramsci, un marxista italiano dell’inizio del secolo scorso, che leggeva Marx da Hegel, cioè, attraverso il prisma dello spirituale, per rivendicare l’uomo totale e il suo pensiero della totalità dell’esistente. Lo lessi fuori dei piani di studio, lo discussi nel corso di serate nella mia stanza universitaria, entrai al gruppo di coloro che assumono la storia come una creazione umana e, pertanto, come qualcosa di suscettibile di essere fatta nella maniera più giusta possibile.
Da allora, un concetto mi accompagna ogni volta che analizzo questioni sociali, quello dell’intellettuale organico, quella visione di Gramsci su tutti gli uomini come creatori e dei Prometeo del loro destino; un atto che anche liberato il pensiero di sinistra di certo accento positivista e paralizzante che prosperava nelle accademie della fine del secolo XIX. Per questo, Gramsci disse di Marx che non era un filosofo, poiché l’uomo di Treviri si comportava più come l’intellettuale organico che, spostato da una classe all’altra, era capace di creare una storia, una natura.

Tornare a Marx, al rivoluzionario e al giornalista, a colui che aveva previsto tante insidie della lotta della sinistra, è assumere il concetto gramsciano che l’uomo lavora la natura, che è il suo divenire, e vi imprime il suo sigillo, e non il contrario.
Questo ultimo somiglia molto al processo di auto-conoscenza dell’idea assoluta di Hegel che raggiunge nell’uomo e nel pensiero il suo culmine, solo che per Gramsci quella storia era emancipatrice e non poteva finire nell’aula di nessuna accademia.

Quello che fa un intellettuale organico.

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Muammar Gheddafi e gli Stati Uniti d’Africa

Torniamo sull’argomento che tocca la più spietata e disumana negazione subita da un continente: il futuro rubato all’Africa. In quanto alla sua storia, forse non si riuscirà neppure a ricostruire in epoche a venire il dolore subito da generazioni di africani. Le prove sono continuamente seppellite sotto l’indifferenza e la necessità di non doverne rendere conto. Dalla schiavitù agli stermini, dal colonialismo alla negazione della stessa natura umana, al divieto appunto di poter immaginare un futuro autonomo. A 77 anni dalla nascita di Muammar Gheddafi, il 7 giugno 1942, e a circa 8 dal suo assassinio, ripassiamo con un articolo del 2016 l’ennesima bacchettata sulle mani toccata all’Africa che con metodi giusti o sbagliati (per chi, per noi europei?) guardava alla possibile costruzione di sistemi differenti dal colonialismo o dal neo-colonialismo.

di Tatenda Gwaambuka*

Chiunque abbia ucciso il colonnello ha anche sterminato le prospettive di uno stato africano e la sua moneta d’oro a sostegno dell’oro.

Qualcuno ha ucciso il colonnello Muammar Gheddafi. Potrebbe essere stato il Consiglio nazionale di transizione della Libia o una spia francese, ma qualcuno lo ha fatto. Chiunque abbia ucciso il colonnello ha anche sterminato le prospettive di uno stato africano e la sua moneta d’oro. Sì, sembra interessante come le idee di Star Trek di un’Africa unita e chissà, forse il buon colonnello è stato ispirato dal film o forse era solo un passo avanti nella curva evolutiva. Gheddafi era un noto sostenitore di un continente africano unificato con un leader e senza premi per chi avesse indovinato chi sarebbe stato. Sarebbe lui, l’unico vero Re dei Re; un titolo per il quale avrebbe manipolato leader africani tradizionali e creduloni, per accordarglielo. È interessante notare che, dopo la sua morte, il presidente Robert Mugabe ha mostrato interesse per l’idea. Chi meglio saprebbe guidare gli Stati Uniti d’Africa, di un uomo con trentasei anni di esperienza nella politica africana? Non rispondete.

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La madre di tutte le bufale: il massacro mai avvenuto in piazza Tienanmen

La lunga disamina storica che segue è stata pubblicata nel 2014 in occasione del 25° anniversario della “strage di piazza Tienanmen“, o almeno di quella vicenda che è passata con questo nome alla storia, pur non essendo MAI avvenuta. La pubblicazione è apparsa negli Stati Uniti sulle pagine di una rivista della sinistra radicale che ben conoscono i followers di questo sito, Liberation News, ad opera dell’attivista e giornalista Brian Becker. Non sono mai state sollevate obiezioni stampa, non sono arrivate denunce di sorta per questo lavoro di ricostruzione nel corso di questi ultimi cinque anni. Se per ben 30 anni una bugia mediatica tanto grande ha resistito, tenetevi forte per quando Zio Sam non sarà più sul trono dell’informazione globale! Oggi, in occasione del 30° anniversario da quella bufala colossale, riproponiamo il lavoro sottolineando che l’autore è l’attuale coordinatore della ANSWER Coalition; Brian Becker è una persona molto seria e un instancabile giornalista d’inchiesta che noi di Things Change.info, abbiamo avuto il privilegio di conoscere personalmente.

Un blindato dell’esercito cinese dato in fiamme durante le proteste del 4 giugno 1989 a Pechino

di Brian Becker*

Venticinque anni fa, tutti i media statunitensi, insieme al presidente Bush e al Congresso degli Stati Uniti, scatenarono un’ampia isteria frenetica attaccando il governo cinese per ciò che fu descritto come massacro a sangue freddo di migliaia di  studenti non-violenti “pro-democrazia” che occupavano Piazza Tiananmen da sette settimane. L’isterismo generato a proposito del “massacro” di Piazza Tiananmen si basava su una narrativa fittizia rispetto a quello che accadde realmente quando il governo cinese alla fine liberò la piazza dai manifestanti il 4 giugno 1989. La demonizzazione della Cina fu molto efficace. Quasi tutti i settori della società statunitense, compresa la maggior parte della “sinistra”, accettarono la presentazione imperialista di ciò che accadde. All’epoca il resoconto ufficiale degli eventi del governo cinese fu immediatamente respinto come propaganda. La Cina riferì che circa 300 persone morirono negli scontri del 4 giugno e che molti erano soldati dell’Esercito di liberazione popolare. La Cina insisté sul fatto che non vi fu alcun massacro di studenti in Piazza Tiananmen e infatti i soldati la liberarono dai manifestanti senza sparare.(1)

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Diego Garcia: sfratto dell’ONU all’Impero

Avevamo già accennato, in uno dei nostri primi articoli, alla possibile fine del possesso da parte dell’Impero anglofono dell’ isola di Diego Garcia.* Dal punto di vista del controllo dei traffici marittimi e soprattutto da quello militare, la fine di questo possedimento innescherebbe (innescherà?) una grande novità sullo scacchiere geopolitico mondiale. Il monitoraggio e il controllo dei mari connessi all’Oceano Indiano assumeranno una grande importanza nel prossimo futuro, come gli scellerati attentati in Sri Lanka ci hanno appena anticipato.

Nel libro Island of Shame: The Secret History of the U.S. Military Base on Diego Garcia, Princeton University Press, 2011 (L’Isola della vergogna: storia segreta della base militare di Diego Garcia), David Vine ha dimostrato che in realtà il Regno Unito ha ceduto alle pressioni USA che, nel 1958, con lo Strategic Island Concept (Concetto di Isola Strategica) avevano individuato un certo numero di isole di cui avevano bisogno per controllare gli oceani e per contenere l’Unione Sovietica.

Il 22 maggio 2019 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha ingiunto al Regno Unito di Gran Bretagna e d’Irlanda del Nord di lasciare entro sei mesi l’arcipelago delle Chagos, occupato illegalmente, e di restituirlo alla Repubblica di Maurizio (Isole Mauritius).

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Vi dice qualcosa il nome di Esteban Ventura?

La famiglia di uno dei più noti torturatori dell’epoca batistiana rivendica le sue ex proprietà a Cuba

di Rosa Miriam Elizalde*

Era il proprietario della Fattoria “El Rosario”, a sud di La Habana. Un muro di pietra circondava un paesaggio rurale, quasi bucolico, con il cielo limpido, alberi frondosi e l’erba scompigliata, come scossa dal vento. Al centro, la casa principale.
La foto in bianco e nero che ritrae quel paradiso istantaneo ha più di 60 anni. Quando il 1° gennaio 1959 arrivarono i ribelli, il proprietario della tenuta, Esteban Ventura Novo, stava volando verso la Repubblica Dominicana sull’aereo con cui si era dato alla fuga, con un selezionato gruppo dei suoi uomini di fiducia, il dittatore Fulgencio Batista. La rivista “Bohemia” ha descritto ciò che avevano trovato i “barbudos” nella casa di campagna del più famoso torturatore di Cuba: una sala della musica con mobili intarsiati d’oro, camere da letto climatizzate, piscine, bar, sala da gioco, aree pic-nic e campi da gioco nei giardini, una cassetta di sicurezza con conti bancari – il più modesto di 977.979 dollari -, una contraerea calibro 30, fucili M-1, 171 granate, sei mitragliatrici con le loro cassette di proiettili e due revolver. Non c’era una biblioteca. L’unico stampato nell’intera proprietà era un volume dell’elenco telefonico.

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La denuncia di Cuba di fronte alla guerra che ci viene fatta

Quando viene presentata di fronte a Cuba l’attivazione della legge Helms-Burton come una presunta forma di giustizia in seguito alle legittime nazionalizzazioni delle proprietà di cittadini statunitensi all’inizio della Rivoluzione, non si deve dimenticare il lungo saldo di perdite umane e materiali avvenute in questi 60 anni a causa delle azioni del governo USA.

Il sabotaggio alla nave La Coubre fu una delle azioni più crudeli contro il popolo cubano

Foto: Archivio Granma

di Mauricio Escuela

Quando noi cubani vediamo un intero paese soffrire l’aggressione sostenuta da un altro –senza che vi sia stata una preliminare dichiarazione di guerra– in molti ci ricordiamo la prassi consolidata dalla cricca fascista durante la II Guerra Mondiale, un agire che disconosceva i più elementari principi umani e collocava, sopra a tutto, l’interesse espansionista ed imperiale.
La generazione che rappresento non ha vissuto momenti di battaglie epocali come Playa Girón (nota anche come la Baia dei Porci-ndt.), la Crisi dei Missili o la Limpia dell’Escambray (la pulizia dell’Escamray-ndt.), i riferimenti ci arrivano come echi nel tempo, che alcuni, da lontano, vorrebbero anche travisare affinché non impariamo le lezioni di valore e patriottismo che ci lasciano. Quella guerra, in cui sono state provate tutti i tipi di tattiche contro Cuba, ci toccò più da vicino quando eravamo bambini e, in televisione, abbiamo visto i tanti connazionali agitarsi e piangere di rabbia e dignità mentre raccontavano le lacerazioni provocate dall’impero.
Di quell’episodio, chiamato “Cuba denuncia” è uscito non solo l’immenso processo teletrasmesso,
ma anche un libro che descrive chiaramente come, senza che importassero le posizioni ideologiche, molti cubani caddero vittima della furia dell’impero contro un piccolo paese, in una trincea dove gli
aggressori continuano ad agire impunemente mentre gettano bugie o mezze verità ai media.

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Bolsonaro, WhatsApp e come arrivare al potere con le bugie

Siamo sempre entusiasti nel pubblicare una disamina di Rosa Miriam Elizalde e questa che segue è lunga e molto approfondita. Riguarda nello specifico le elezioni brasiliane, quelle che hanno “incoronato” Jair Bolsonaro, ma sono lo specchio e l’anticipazione di ogni altra elezione nelle pseudo-democrazie ai tempi della ciber-comunicazione….

Bolsonaro in un’illustrazione di Aldo Cruces

di Rosa Miriam Elizalde*

Gli ingenui che credono nella democrazia digitale hanno dimenticato che l’informazione non scorre nel vuoto, ma in uno spazio politico che è già occupato, organizzato e strutturato in termini di potere. E se qualcuno avesse dei dubbi, c’è il Brasile per confermarlo.

La lezione della recente campagna elettorale, tra cui il candidato Jair Bolsonaro, il Partito social-liberale (PSL), è quello di essere riusciti a organizzare una potente cibertruppa integrata da persone con esperienza militare che sono state coinvolte attivamente e coscientemente manipolando l’opinione pubblica, insieme a utenti comuni politicamente motivati ​​e a società di comunicazione strategiche locali e internazionali che sono state assunte per intervenire sui social network durante il processo elettorale.

Il termine cibertruppe, truppe informatiche, è stato descritto nel 2017 dall’Oxford Internet Institute come “l’azione in reti di gruppi di falsi account, robot e / o troll organizzati – anche se noleggiati o meno – il cui obiettivo è quello di produrre qualche effetto nell’opinione pubblica, nella circolazione delle informazioni o nel perseguimento di opinioni critiche“. (1)

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