Quattro anni oggi dall’addio a Fidel. Altre domande all’eredità …

Cosa ci lascia Fidel, con quali ambiti del suo lavoro dialoghiamo e cosa ci racconta del mondo in cui viviamo in questo momento? La chiave del legame tra i tempi sta nella continuità di quello che Fidel chiama “lo spirito rivoluzionario del nostro popolo” e “il compito in ogni momento”

La chiave del legame tra i tempi sta nella continuità di ciò che Fidel chiama “lo spirito rivoluzionario del nostro popolo” e “il compito in ogni momento”. Foto: Archivio Granma

di Victor Flowler Calzada

A un nuovo anno (quattro ormai) dalla scomparsa fisica di Fidel Castro, la domanda diventa più pressante, attraente, interessante, problematizzante e ricca di sfide: come ricordarlo? Cosa privilegiare, risaltare, mettere in evidenza, in primo piano di tutto un contributo che è stato enorme? Anche se quattro anni sono un periodo breve, è sufficiente che molte circostanze della realtà (nazionale e mondiale) siano diverse – almeno in superficie – da quelle che noi e Fidel abbiamo conosciuto mentre stavamo insieme. In una circostanza del genere, cosa ci lascia Fidel, con quali ambiti del suo lavoro dialoghiamo e cosa ci racconta del mondo che abitiamo in questo momento? Perché e per quale motivo chiederglielo?

Per quanto riesco a comprendere i problemi inerenti alla condizione di “vita” dell’eredità (che sarebbe lo stato ideale in qualsiasi processo di trasmissione della memoria), credo che quanto sopra contenga molti dei momenti essenziali da attraversare. L’eredità è un insieme che raccoglie, allo stesso tempo, caratteristiche di: archivio di comportamenti esemplari / con l’intenzione di creare esempio; insieme d’idee e concetti intrecciati; presenza monumentale (con l’attenzione alle dimensioni del soggetto o al suo contributo «grandioso»); accumulo di contenuti di natura simbolica. Quest’ultimo perché l’eredità trascende se stessa e identifica non più la persona alla quale corrisponde più direttamente per associarla, ma tutto il tempo in cui “nasce e sviluppata”, nonché il territorio in cui la sua “vita” si verifica; in altre parole, ricerca, analisi, lettura e, in generale, l’indagine sull’eredità ci parla e ci risponde della persona, del paese, dei suoi abitanti, del tempo in cui si trovavano, ma anche delle condizioni in cui si sono verificati questi eventi.

In base a quanto sopra, quando chiediamo di Fidel, lo facciamo per gli antenati dei nostri genitori, i nostri genitori stessi, noi stessi e anche per coloro che ci succedono subito dopo, ma anche per coloro che arriveranno in giorni che non possiamo nemmeno prevedere. È una domanda che supera la persona perché abbraccia l’intera popolazione (in realtà quindi le popolazioni del passato, del presente e del futuro) per affondare, da lì, nelle radici stesse dei destini del Paese. Questo legame tra i tempi fu ciò che lo stesso Fidel comprese e propose quando, nella serata commemorativa tenutasi il 10 ottobre 1968 a La Demajagua, in occasione della celebrazione del centesimo anniversario della rivolta guidata da Carlos Manuel de Céspedes, pronunciò una frase che collegava i tempi: «Allora noi saremmo stati come loro, loro oggi sarebbero stati come noi!».

In questa brillante proposta, la chiave del legame tra i tempi sta nella continuità di ciò che Fidel chiama “lo spirito rivoluzionario del nostro popolo” e “il compito in ogni momento”. Questa connessione sopra-temporale non significa un fatto mistico, determinato da qualche essenza mistica, ma è il prodotto di un movimento di coscienza sociale, come spiegato dalla seguente idea: “è stata a lungo l’evoluzione del nostro pensiero rivoluzionario”.

Per il pensatore politico che mette insieme questo discorso, non è solo importante tracciare il percorso di continuità tra i diversi punti di azione dello spirito rivoluzionario (“Bisogna dire che la lotta si ripete su una scala diversa, ma anche in condizioni diverse”, ha sottolineato in un altro momento), ma mette in guardia anche su alcune tentazioni, deviazioni o fratture che possono portare a dimenticare il passato: “È possibile che l’ignoranza dell’attuale generazione, o l’oblio dell’attuale generazione, o l’euforia dei successi attuali, possa portare a una sottovalutazione di quanto la nostra gente deve loro, di tutto ciò che la nostra gente deve loro, a questi combattenti”.

Da questo punto di vista, l’esistenza, l’accoglienza e la conservazione dell’eredità condizionano la nascita o l’instaurazione di un rapporto di amicizia e dialogo con la memoria, perché il ricordare fa parte dell’essere e dell’identità del soggetto rivoluzionario, parte della nazione. Questa memoria politica è un processo complesso, in cui la visita del passato ci mostra il lungo processo di fallimenti, dolori e piccoli successi dello spirito rivoluzionario; filosoficamente, un lungo cammino verso l’incontro con la libertà che, per voce del discorso, ci si presenta in un transito entro il quale “loro” (i combattenti rivoluzionari di diversi momenti della storia, in ordinata successione): ” … Dovevano affrontare le bevande più amare: la bevanda amara di Zanjón, la fine della lotta nel 1878; la bevanda amara dell’intervento yankee, la pillola amara della conversione di questo Paese in una fabbrica e in un pontile strategico – come temeva Martí -; la bevanda più amara di vedere gli opportunisti, i politici, i nemici della rivoluzione, alleati degli imperialisti, governare questo Paese. Hanno dovuto vivere l’esperienza più amara di vedere come questo Paese era governato da un ambasciatore yankee; o come un funzionario insolente, a bordo di una corazzata, si ancorava nella baia de La Habana per dettare istruzioni a tutti: ai ministri, al capo dell’esercito, al presidente, alla Camera dei rappresentanti, al Senato.

A tutte queste esperienze, il cui identificativo comune al di sopra dei tempi sono i segni dell’anti libertà e dell’anti nazionalismo, Fidel si oppone (e gli propone a complemento) le lotte di altro tipo che poi toccano il presente. Tra queste, forse le più importanti, “le lotte nel campo dell’ideologia”, “le esperienze del processo rivoluzionario”, “affrontare l’imperialismo yankee” e “i suoi blocchi, la sua ostilità, le sue campagne diffamatorie contro la rivoluzione” e, infine,” affrontare il tremendo problema del sottosviluppo”.

Dialogare e confrontarci (noi) con l’eredità implica sia porre la domanda sulla Storia avvenuta (cioè il nostro passato e le condizioni di lotta ed evoluzione di quello “spirito rivoluzionario” di cui parla Fidel), sia riprodurre l’interrogatorio, nella sua intensità e nelle sue connessioni, come parte della Storia che – con la nostra partecipazione e intorno a noi – si costruisce oggi, proprio adesso. In questo contesto, quanto sopravvive delle domande, guide, raccomandazioni, esempi, posizioni morali, preoccupazioni, concezioni teoriche che Fidel ci ha lasciato? In che modo capirlo ma chiedendo, allo stesso tempo, alla realtà in cui ci troviamo, quanto sopravvive dalla polarità tra la volontà di indipendenza nazionale, sovranità e autonomia nazionale in opposizione alla voracità imperiale o alle proposte (espresse o implicite) di restaurazione e riconquista politico-economica per il Paese cubano? Possiamo separare memoria e identità? Cosa succede quando smettiamo di sapere, riconoscere chi eravamo e chi siamo?

Come capire quella richiesta che ci ha fatto, che nessuna istituzione, scuola, centro di lavoro o strada porta il suo nome, ma in collegamento lineare con le seguenti parole di Martí nella sua lettera di addio all’amico Manuel Mercado, il 18 Maggio 1895?: «So come scomparire. Ma il mio pensiero non scomparirebbe, né la mia oscurità mi renderebbe aspro. E non appena avremo forma, agiremo, adempiremo, toccasse a me o ad altri». Non è questo lo stesso tremore interiore che accende la fiamma, dell ‘”energia rivoluzionaria”, nella sua voglia di trasformare? Un’immagine che ricorda quell’altra usata da Martí, nel discorso che – in ricordo dell’impresa di Céspedes – tenne il 10 ottobre 1887 al Masonic Temple, a New York, quando parlò di un “fuoco” che “non sa morire” .

L’eredità è “fatta” di una quantità praticamente incommensurabile di analisi, decisioni, calcoli, in diversi momenti della vita nazionale in molto più che i decenni di azione politica della persona che la incarna; è una sorta di punto di contrazione dello spazio-tempo, un limite al confine del futuro che richiede l’auto-revisione. Possiamo solo avanzare interpretandoci al suo interno, assumendone le domande e riconfigurandole per le condizioni del presente, e osando fare il vero balzo audace tra i tempi: fabbricare, con questi ideali che abbiamo celebrato, il futuro.

Fonte: Granma – Cuba

http://www.granma.cu/

Elezioni USA – Scacco Matto con una mossa imprevedibile?

di Lito

Poche analisi sensate, ponderate e conseguenziali sono state elargite dal mondo dell’informazione sulla fase post elettorale statunitense. Una delle più adatte al momento, condivisibile e basata sulle effettive dinamiche che la legislazione federale degli Stati Uniti stabilisce, è quella che ci offre Alessio Trovato, preparato ricercatore geopolitico che leggiamo anche su piattaforme informative orientali.

Non è la prima volta che segnaliamo la mira precisa delle sue analisi, come ad esempio sempre sullo stesso tema qui.

Un passo fondamentale dell’analisi a cui ci riferiamo è il seguente:

Il ruolo della GSA

Altro aspetto da non sottovalutare – il ruolo della General Services Administration (GSA). La transizione presidenziale è un momento critico e cruciale in una democrazia, come quella americana, tipicamente caratterizzata dallo ‘Spoil System’ – quella pratica cioè di cambiare tutti gli alti dirigenti della pubblica amministrazione al cambiare del Governo.

Tale delicato processo è regolato dal Presidential Transition Act del 1963 e dai suoi emendamenti che stabiliscono che la transizione inizi ufficialmente quando si conosce il risultato delle elezioni.

La transizione termina il 20 gennaio con il giuramento del nuovo Presidente ma inizia solo dopo che il vincitore della corsa presidenziale è stato ‘accertato’ dalla GSA, l’agenzia governativa con sede a Washington responsabile della gestione della proprietà federale e del supporto al funzionamento di base delle agenzie federali.

Ora, il punto è – la GSA ha accertato che ha vinto Biden?

Emily Murphy, la responsabile della GSA, ha scritto lunedì in una lettera a Biden che appena ora potrà iniziare a mettere a disposizione alcune risorse e servizi post-elettorali per assistere in caso di transizione presidenziale.

Prendo seriamente questo ruolo e, a causa dei recenti sviluppi che coinvolgono sfide legali e certificazioni dei risultati elettorali, trasmetto oggi questa lettera per mettere a vostra disposizione quelle risorse e servizi“, ha scritto la Murphy.

La lettera del capo GSA fa seguito all’accettazione da parte di Trump non dei risultati elettorali ma, come egli stesso ha scritto su Twitter, all’accettazione dei protocolli necessari nell’interesse della Nazione:

“… continuiamo a combattere, e credo che alla fine vinceremo! Tuttavia, nel migliore interesse del nostro Paese, raccomando che Emily e il suo team facciano ciò che deve essere fatto rispetto ai protocolli iniziali, e ho detto al mio team di fare lo stesso”.

Il gioco degli scacchi sulle elezioni statunitensi non si esaurisce qui, cioè nel nostro precedente articolo sul tema. Considerando le variabili aggiunte ora, presenta una nuova mossa possibile, che andiamo ad illustrare di seguito.

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Anniversario: 15 anni dal calcio all’ALCA di Bush (Prima Parte)

Il lancio della Grande Patria latinoamericana 15 anni fa: quando Kirchner, Chávez e Lula organizzarono il No all’ALCA

I presidenti del Venezuela, Hugo Chávez, dall’Argentina, Néstor Kirchner e dal Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, artefici della sconfitta diplomatica che il presidente americano George W. Bush ha dovuto affrontare quando il progetto geopolitico imperialista dell’ALCA non era stato approvato

di Luis Bruschtein

ALCA, ALCA, CA….O!  15 anni di una grande vittoria per i popoli della Nostra America, sconvolgendo il più importante progetto geopolitico e strategico degli Stati Uniti per l’America Latina.

Con Néstor Kirchner come ospite, il Summit of the Americas tenutosi a Mar del Plata nel 2005 ha mostrato la possibilità di rompere con l’egemonia degli Stati Uniti nella regione. Allo stesso tempo, il Vertice del Popolo aveva Chávez come oratore centrale: “ALCA, ALCA, fanculo”, è stata la frase iconica dell’incontro.

Usare il termine “patotear” a causa di ciò che Bush stava facendo per imporre una dichiarazione all’area imperialista di libero scambio delle Americhe (FTAA) ha mostrato un presidente argentino che non si adattava alla media storica. Nestor non aveva paura di lui, come ha detto in un altro discorso riferendosi ai militari della dittatura. Ma allo stesso tempo ha dimostrato che l’alleanza con Lula in Brasile e Chávez in Venezuela era in grado di ridefinire la storica relazione egemonica degli Stati Uniti nella regione.

Questa scena insolita nella diplomazia latinoamericana si è verificata al IV Vertice delle Americhe, che ha avuto luogo il 4-5 novembre. Allo stesso tempo, il Vertice del popolo si è tenuto in parallelo a Mar del Plata, dall’1 al 4. L’aspro dibattito non è stato dovuto ad una semplice menzione in un documento dell’incontro dei leader del Continente e dei Caraibi. L’intenzione di Bush era di bloccare il processo di integrazione regionale che cominciava a svilupparsi nel Mercosur anche con l’uruguaiano Tabaré Vázquez e il paraguaiano Nicanor Duarte Frutos.

La resistenza del Mercosur all’iniziativa nordamericana non era ideologica. Gli Stati Uniti hanno sovvenzionato la produzione agricola e alimentare e hanno cercato di imporre condizioni alla produzione locale. La stessa situazione si è verificata con il Brasile. L’accettazione di questi termini avrebbe messo a rischio l’incipiente rimbalzo dell’economia dopo la crisi del 2001.

La pressione era stata molto forte sul vicecancelliere Jorge Taiana, che ha dovuto respingere diversi attacchi nelle riunioni preparatorie. Ci si aspettava che nella plenaria dei presidenti a Mar del Plata, Bush andasse in fondo. Il voto è stato di 29 a 5 (i quattro del Mercosur, più il Venezuela) ma il documento doveva uscire per consenso. Il Dipartimento di Stato si era assicurato il voto favorevole anche dei più dubbiosi. I vescovi degli Stati Uniti erano il messicano Vicente Fox, il colombiano Álvaro Uribe, oltre a Bush e Paul Martin, il rappresentante canadese.

La riunione è stata dura, come ospite, ha presieduto Kirchner. E ha ottenuto la parola dalla Fox quando il messicano ha fatto il primo tentativo di cambiare l’ordine del giorno per introdurre la questione FTAA. “Quella questione non è all’ordine del giorno”, ha detto Kirchner. Bush si è alzato e ha stretto la mano al messicano in segno di solidarietà. Kirchner pensò di aver superato se stesso e commentò a Taiana: “Non mi sono mai piaciute queste cose parlamentari” .

Chávez, Lula e Kirchner avevano predisposto una strategia. Lula ha aperto il discorso con un discorso in cui ha descritto le asimmetrie del commercio della regione con gli Stati Uniti e ha chiesto che si parlasse di creazione di posti di lavoro. Fox ha risposto, che è stato interrotto da Kirchner. I presidenti di Panama e Colombia hanno appoggiato Bush. Chávez ha detto che Néstor gli aveva detto “ti allunghi il più a lungo possibile, che Bush sta impazzendo”. E il venezuelano ha parlato per quasi mezz’ora senza fiato mentre il presidente degli Stati Uniti si agitava sul sedile.

È stata una vera battaglia diplomatica in cui era in gioco il destino della regione. L’esito di quella controversia, respingendo l’ALCA, pose le basi per consolidare il Mercosur e successivamente fondò Unasur e CELAC (Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici), a cui il Canada e gli Stati Uniti non parteciparono ma Bloccato Cuba dal sistema interregionale.

Il momento di maggior tensione tra George W. Bush e Néstor Kirchner al Summit tenutosi a Mar del Plata nel 2005

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Imperialismo al femminile

Il femminismo mainstream ha abbandonato così completamente gli interessi delle donne che è diventato in gran parte solo superficialmente distinto dal patriarcato a cui pretende di opporsi, scrive Caitlin Johnstone

Michele Flournoy, in corsa per dirigere il Pentagono su indicazione Biden

di Caitlin Johnstone*

“Il presidente eletto Joe Biden dovrebbe compiere un passo storico e selezionare una donna per guidare il Pentagono per la prima volta, abbattendo una delle poche barriere rimaste per le donne nel dipartimento e nel gabinetto presidenziale”, si legge in un  nuovo rapporto di AP (Associated Press). “Michele Flournoy, una veterana del Pentagono politicamente moderata, è considerata dai funzionari statunitensi e dagli addetti ai lavori politici come la scelta migliore per la posizione”.

“Vista come una mano ferma che favorisce una forte cooperazione militare all’estero, Flournoy, 59 anni, ha servito più volte al Pentagono, a partire dagli anni ’90 e più recentemente come sottosegretario alla difesa per la politica dal 2009 al 2012″, dice AP. “Fa parte del consiglio di Booz Allen Hamilton, un appaltatore della difesa, che potrebbe sollevare preoccupazioni da parte di alcuni legislatori. Ma le sue opinioni moderate assicurerebbero probabilmente un ampio sostegno bipartisan in una posizione che richiede la conferma del Senato”.

Questa parola “moderato” che l’agenzia di stampa AP continua a belare è ovviamente una totale assurdità. Stare in mezzo tra due partiti guerrafondai corporativi non ti rende un moderato, ti rende un guerrafondaio corporativista. Flournoy non è più “moderata” dei “ribelli moderati” in Siria che i mass media come AP hanno elogiato per anni fino a quando è diventato innegabile che erano in  gran parte affiliati di Al Qaeda. L’unico motivo per cui una posizione del genere può essere descritta come mainstream e moderata è perché sono state investite vaste fortune per farlo in questo modo.

‘Angelo della morte’

Come abbiamo discusso di recente, la Flournoy è un imperialista assetata di sangue e profittatrice della guerra che gli attivisti per la pace Medea Benjamin e Nicolas JS Davies hanno accuratamente etichettato come un “angelo della morte” per l’impero americano. Come leader del ridicolmente intitolato Dipartimento della “Difesa” ci si può aspettare che sovrintenda agli stessi programmi di dominio globale unipolare a spese di fiumi di sangue come i suoi predecessori, più o meno esattamente negli stessi modi.

Non c’è niente di speciale o degno di nota in un ghoul omicida che sale in cima a una macchina da guerra che può essere gestita solo da ghoul assassini. Ma poiché Michele Flournoy è una donna, vedremo la sua nomina a segretario della “difesa” applaudita e sostenuta come un importante punto di riferimento per le donne da una classe politico / mediatica che non si è mai interessata alle donne oltre alla loro capacità di far girare gli ingranaggi della macchina.

E ovviamente i manager narrativi dell’establishment stanno già ingrassando le ruote per quell’applauso.

“I progressisti bianchi che addestrano il loro fuoco su donne di colore che sono allo studio per guidare i dipartimenti della nat sec (national Securety-ndt.) mi mettono profondamente a disagio per la loro alleanza per quelle comunità”, ha  twittato la collaboratrice di MSNBC (Il canale televisivo USA via cavo di notizie h24-ndt.) Mieke Eoyang. “Soprattutto quando la comunità nat sec è dominata da uomini bianchi.”

Assassino di massa in Spanx

Diciamolo prima che inizi la parata del potere femminile: la prima donna a guidare la macchina da guerra degli Stati Uniti non sarà una pioniera rivoluzionaria delle conquiste femministe. Sarà un’assassina di massa che indossa Spanx (Collant modellanti statunitensi-ndt.). La sua nomina non sarà un progresso per le donne, sarà l’imperialismo in pompa magna.

Il femminismo mainstream moderno ha abbandonato gli interessi delle donne così completamente in quasi tutte le sfere di importanza che è diventato in gran parte solo superficialmente distinto dal patriarcato a cui pretende di opporsi. La difficile situazione di madri, donne anziane, ragazze, tutori e mogli è stata quasi completamente eliminata dal discorso popolare, concentrandosi invece sulle discussioni sul fatto che le donne siano adeguatamente ricompensate per il loro servizio al Dio del capitalismo, o su come “sei qualificata quanto gli uomini per uccidere migliaia di persone alla volta”.

Invece di lottare per correggere gli squilibri sociali che sono risultati da millenni di dominio maschile della società, il femminismo mainstream ora promuove e applaude gli aspetti peggiori di questi squilibri. Invece di lottare per aiutare le donne a uscire dalla situazione impossibile per cui dovrebbero essere contemporaneamente capitaliste di successo e buone madri in un sistema economico in cui le famiglie non possono sopravvivere con un unico reddito, con bambini e anziani che vengono trascurati, ottenere titoli sui guerrafondai assassini, “rompere le barriere” e pensare pezzi su come dovrebbe essere consentito alle donne di ereditare fortune…

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NUOVI ELEMENTI DEL CASO SANTRICH E LORO IMPLICAZIONI PER IL VENEZUELA

Torniamo dopo alcuni mesi sul caso di Jesús Santrich di cui avevamo parlato qui e qui

È possibile che la DEA e la Colombia abbiano prodotto un falso positivo per danneggiare il Venezuela (Foto: Andrés Torres Galeano / Reuters)

di Maria Fernanda Barret

Nell’aprile 2018, abbiamo pubblicato un’analisi sulla debole causa della Procura colombiana contro Jesús Santrich e le sue pretese di vincolare il Venezuela a quello stesso caso.
A quel tempo, Santrich era un ex Comandante delle FARC-EP e stava sul punto di assumere uno scranno alla Camera dei Rappresentanti. Dopo poco più di un anno, la Giurisdizione Speciale per la Pace (PEC) ha deciso che le prove presentate dalla Procura non erano sufcienti, così è stato rilasciato ed in conformità degli accordi firmati a La habana gli è stata data garanzia di non estradizione.

Questo è servito come argomento per le dimissioni dell’allora procuratore Néstor Humberto Martínez
dal suo incarico, in un presunto sfogo di dignità, brandendo quella che ha denito la sua “devozione allo stato di diritto”.
Ma quella presunta passione era già stata messa in dubbio dal caso Odebretch in cui Juan Manuel
Santos e Álvaro Uribe risultavano compromessi, così come lo stesso procuratore. Come spesso accade in Colombia, il testimone principale in quel caso – che inoltre ha menzionato direttamente Martínez come coinvolto – e il figlio di questo testimone, così come un secondo testimone, sono morti
consecutivamente. In almeno due di quei casi si è parlato di avvelenamento da cianuro. Anche queste “brutte coincidenze” sono state legate al nome di Martinez. E secondo alcune analisi giornalistiche, è proprio in questo caso di corruzione ed alle sue conseguenze che risiede il vero motivo delle dimissioni dell’ex procuratore.

Tuttavia, da quanto si è saputo in questi giorni, grazie alla pubblicazione di alcuni dei rimanenti audio e documenti ufficiali del caso che sono stati pubblicati, si può anche pensare che le sue dimissioni siano
state motivate dalla ne e relativo fallimento di quella che sarebbe la più importante operazione della
sua gestione nell’ufficio della Procura colombiana, coordinata dalla DEA e dai tribunali USA, ciò che in un paese sovrano avrebbe costituito la radice dello scandalo, ma non è il caso della Colombia.

NUOVE INFORMAZIONI SULLA SULLA TRAPPOLA PER SANTRICH

Quel caso, che si è concluso facendo crollare parzialmente l’accordo rmato tra lo Stato colombiano e le FARC-EP, non ha, tuttavia, ottenuto l’estradizione di Santrich, né alcuno dei suoi altri obiettivi politici di cui poco o nulla si parla.
Poco più di una settimana fa, un giornalista colombiano ha avuto accesso ai quasi 24mila audio delle
intercettazioni telefoniche di Marlo Marín – nipote di Iván Márquez-, documenti allegati, ed ha anche
potuto vedere il fascicolo delle intercettazioni di quest’ultimo nelle cui conclusioni la Procura ha chiarito di non aver trovato nessuna conversazione che lo indicasse.
Lo scandalo scatenato è diminuito sorprendentemente di volume, sarà presto coperto da un altro
scandalo e sicuramente dimenticato dall’opinione pubblica o semplicemente assimilato come un altro
caso di falsi positivi, montaggi, corruzione e abituali menzogne della classe politica colombiana.

DI COSA TRATTA “IL RIVELATO” E PERCHÉ RIGUARDA IL VENEZUELA

In primo luogo, il caso riguarda la pace della Colombia, per essere anche vittima dell’avanzata
extraterritoriale del conitto interno colombiano e delle sue conseguenze umane, politiche ed
economiche. Non ci sarà pace in Venezuela né nella regione finché non ci sarà pace in Colombia.
Ma, in secondo luogo, n dall’inizio questa operazione ha cercato di coinvolgere il Governo bolivariano e giustificare, dinanzi all’opinione pubblica internazionale, l’aggressione militare degli USA con la
partecipazione subordinata delle forze militari e paramilitari colombiane.

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Trump ha partecipato al vertice dell’APEC

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che continua a negare la sua sconfitta alle elezioni, ha partecipato questo venerdì al vertice dell’APEC, dopo la presentazione di ieri del presidente cinese Xi Jinping dove ha sottolineato il potere commerciale del colosso asiatico.

L’incontro Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC), organizzato dalla Malaysia virtualmente a causa del COVID-19, riunisce 21 economie nell’area del Pacifico , comprese le due più grandi al mondo -Stati Uniti e Cina-, che insieme rappresentano il 60% del PIL mondiale totale.
Le lunghe transizioni politiche negli Stati Uniti hanno reso comune la partecipazione dei presidenti uscenti ai vertici dal momento delle elezioni (novembre) e del passaggio formale dei poteri (gennaio).
Al contrario, Trump non aveva partecipato ai precedenti vertici APEC . Questa volta lo ha fatto in videoconferenza, insieme ad altri leader, mentre il primo ministro malese, ospite del vertice, ha pronunciato il suo discorso di apertura.
All’inaugurazione del forum, che comprende anche Messico, Perù e Cile, il presidente Xi Jinping ha presentato la Cina come il motore del commercio mondiale e ha promesso di “aprire ulteriormente le porte” del suo mercato nazionale. “Nessun paese si svilupperà se tiene le porte chiuse”, ha detto, mettendo in guardia contro il protezionismo, senza menzionare esplicitamente gli Stati Uniti.
Tuttavia, gli Stati Uniti – insieme ai paesi europei e asiatici – accusano Pechino di mantenere uno stretto controllo sul proprio mercato interno, ad esempio di fronte alle nuove tecnologie.
La Cina è diventata la forza dominante nell’APEC, mentre gli Stati Uniti, dall’elezione di Donald Trump nel 2016, hanno voltato le spalle al multilateralismo e hanno optato per “l’America first”.
Trump è apparso con uno sfondo beige, diverso dal resto dei leader.

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Piratato un account Facebook non ufficiale di Thierry Meyssan

Un account Facebook, aperto da un lettore per riprodurre gli articoli di Thierry Meyssan, è stato piratato.

Thierry Meyssan non ha mai aperto un account Facebook.

Le affermazioni e le imputazioni che su questo account gli vengono attribuite sono grottesche.

Le uniche fonti ufficiati di Thierry Meyssan sono:
– il sito internet di Réseau Voltaire (www.voltairenet.org);
– i suoi libri, pubblicati dalle Éditions Demi-Lune (www.editionsdemilune.com).

Dal suo ritorno in Francia dopo 13 anni di assenza, Thierry Meyssan è stato oggetto di denunce calunniose. Il 27 e 28 ottobre il sito internet di Réseau Voltaire è stato attaccato da potenti computer localizzati in Canada (3 milioni di richieste l’ora).

Fonte: Réseau Voltaire -Francia

https://www.voltairenet.org/fr

Trump vs Biden: il futuro apparterrà ai patrioti o ai globalisti?

Proponiamo la prima parte di una lunga disamina di un analista canadese che si ricompone nella seconda parte sugli aspetti economici e finanziari del previsto crollo imperiale, che non viene minimamente messo in dubbio. Per approdare alla finalità dell’economia attraversa l’attuale fase politica e quella storica

di Matthew Ehret

È un fatto innegabile che la repubblica sia entrata in una delle crisi più pericolose della sua breve esistenza. Questo non è solo a causa dei risultati delle elezioni contestate del 3 novembre, ma anche ad una moltitudine di altri fattori oltre i confini americani, tra cui la crisi finanziaria globale, che una certo pandemia ha scatenato sul mondo, tanto da far scorrere verso una guerra mondiale tra grandi potenze che hanno accelerato le ripicche in modo caotico negli ultimi anni.

Per quanto impopolare possa essere affermarlo nell’attuale società addomesticata, al momento della stesura di questo articolo è ancora impossibile affermare con il 100% di certezza che Joe Biden sarà effettivamente insediato il 20 gennaio 2021. La semplice ragione di ciò è che la prova verificabile di vaste frodi di voto partigiane, legate ai più alti gradi dell’intelligence britannica sono aumentate ogni giorno che passa con i sistemi di voto del Dominio, più recentemente accusati di aver cancellato 2,7 milioni di voti Trump in tutta la nazione, e dando 220.000 voti pro-Trump a Biden in Pennsylvania (insieme a centinaia di altre anomalie nel conteggio dei voti e problemi tecnologici in tutti i principali stati oscillanti).

Questi e altri importanti segnali di frode elettorale di massa hanno sollevato ragionevoli domande sulla validità dei risultati ufficiali che saranno portati in tribunale, come ha eloquentemente esposto recentemente il procuratore del generale Michael Flynn, Sidney Powell.

Trump, Biden e il crollo imminente

Ormai la maggior parte delle persone che leggono questo articolo è consapevole (o dovrebbe essere consapevole) che il sistema finanziario transatlantico è destinato a fondersi sotto una bomba a orologeria di derivati ​​da 1,5 quadrilioni di dollari tenuta insieme da un mix di pio desiderio, stampa di denaro iperinflazionistico e vaste cartolarizzazioni non pagabili di debiti in attesa di default.

Inoltre, non dovrebbe sorprendere che la Great Reset Agenda progettata per coordinare l’ordine mondiale post-COVID non abbia nulla a che fare con una vera pandemia, e tutto a che fare con l’imposizione di una nuova dittatura dei banchieri alle nazioni della terra. Se non sei sicuro di queste affermazioni, ti invito a leggere il mio recente studio “What the Great Reset Architects Don’t Want you to Know About Economics“.

Sia Trump che Biden professano di sostenere la leadership americana nel mondo che sta entrando in questa tempesta, ma entrambi gli uomini operano su paradigmi molto opposti di ciò che questo significa e a quale tradizione di politica estera dovrebbe essere attivata.

Laddove Biden ha difeso l’idea che “l’America dovrebbe guidare il mondo” in opposizione alla pericolosa ascesa di “autoritarismo, nazionalismo e illiberalismo” che ha ceduto il regno della politica estera a una squadra piena di rappresentanti della linea dura del Complesso industriale militare, Trump ha fatto qualcosa di diverso.

Il 9 novembre il presidente in carica ha licenziato Mark Esper (forse per sovvertire un colpo di stato programmato) e ha insediato il generale Christopher Miller alla carica di Segretario alla Difesa che ha chiesto la fine totale della guerra afghana di 19 anni affermando : “Non siamo un popolo di guerra perpetua. È l’antitesi di tutto ciò per cui ci battiamo e per il quale i nostri antenati hanno combattuto. Tutte le guerre devono finire.”

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Gli Stati Uniti non hanno alleati, solo ostaggi

Dall’Australia una visione chiara di come anche gli attuali “amici” dell’impero vorranno defilarsi

di Caitlin Johnstone

Luis Arce, il nuovo presidente eletto in Bolivia, ha dichiarato all’EFE, agenzia spagnola di stampa internazionale, che intende ripristinare le relazioni con Cuba, Venezuela e Iran. Questa è una giravolta nella politica del regime golpista sostenuto dagli Stati Uniti, che aveva cominciato a chiudere ambasciate, buttar fuori dottori e troncare le relazioni con quelle nazioni, immediatamente dopo aver preso illegalmente il potere lo scorso anno.

Arce ha anche parlato di relazioni cordiali con Russia e Cina.

“Ripristineremo tutte le relazioni”, ha dichiarato all’EFE: “Questo governo ha agito in maniera molto ideologica e ha tolto al popolo boliviano l’accesso alla medicina cubana, a quella russa e ai passi in avanti fatti in Cina. Per un tema puramente ideologico, ha esposto la popolazione in modo inutile e dannoso”.

Arce ha espresso l’intenzione di “aprire le porte a tutti i Paesi, con l’unica condizione che rispettino noi e rispettino la nostra sovranità, niente di più. C’è un’unica condizione per tutti i Paesi, indipendentemente dalla dimensione, che vogliano avere una relazione con la Bolivia: il rispetto reciproco e paritetico. Se è così, noi non abbiamo alcun problema”.

Se ne sapete un po’ di imperialismo americano e di politica globale, riconoscerete in quell’ultimo pezzettino una sfacciata eresia contro la dottrina imperiale.

La dottrina non ufficiale

La dottrina non ufficiale del gruppo simil-impero di alleati internazionali, largamente centralizzata intorno agli Stati Uniti, non riconosce la sovranità delle altre nazioni e tanto meno le rispetta come pari. Questo impero dà per scontato il fatto di avere ogni diritto di determinare quello che ogni nazione al mondo deve fare, chi devono essere i suoi leader, dove devono andare le loro risorse, e quale posizione militare devono avere sulla scena mondiale. Se un governo rifiuta di accettare il diritto dell’impero di determinare queste cose, viene preso di mira, sabotato, attaccato e alla fine rimpiazzato con un regime fantoccio.

L’impero USA-centrico funziona come una gigante massa informe che lentamente assorbe le nazioni che non sono state ancora convertite in stato-cliente dell’impero. E’ raro che una nazione riesca a sfuggire a questo blob e si ricongiunga a delle nazioni non-assorbite come Cina, Russia, Iran, Venezuela e Cuba nella loro lotta per la sovranità. E’ incoraggiante che la Bolivia sia stata capace di farlo.

Lo scorso anno abbiamo assistito alla chiarissima spiegazione di questa massa informe dell’impero da parte dell’analista politico americano John Mearsheimer, in occasione di un dibattito presso il think tank australiano Centro per gli Studi Indipendenti. Mearsheimer ha detto alla sua platea che gli Stati Uniti avrebbero fatto qualsiasi cosa in loro potere per fermare l’ascesa della Cina e impedirle di diventare l’egemone regionale nell’emisfero orientale, e che l’Australia si sarebbe dovuta allineare agli Stati Uniti in questa battaglia, altrimenti avrebbe affrontato la collera di Washington.

“La domanda sul tavolo è: quale dovrebbe essere la politica estera australiana alla luce dell’ascesa della Cina” ha affermato Mearsheimer – “Vi dirò ciò che consiglierei se fossi australiano”.

Mearsheimer ha detto che la Cina continuerà a crescere economicamente, e trasformerà questo potere economico in potere militare per dominare l’Asia “nel modo in cui gli Stati Uniti dominano l’emisfero occidentale”, e ha spiegato perché lui pensa che gli Stati Uniti e i suoi alleati abbiano tutte le capacità di evitare che questo accada.

“Ora la domanda è: che cosa significa questo per l’Australia?” continua Mearsheimer “Beh, avete davvero un dilemma. Tutti sanno quale sia questo dilemma. E comunque non siete l’unico Paese dell’Asia orientale ad avere questo dilemma. Commerciate molto con la Cina, e questo commercio è molto importante per  il vostro benessere, senza dubbio. Per quanto riguarda la sicurezza, volete davvero stare con noi. Ha molto più senso, giusto? E voi capite che la sicurezza è molto più importante del benessere, perché se non esistete, non potete avere benessere”.

“Qualcuno ora dice che c’è un’alternativa: potete stare con la Cina” ha detto Mearsheimer. “Vero, qui potete scegliere: potete stare con la Cina piuttosto che con gli Stati Uniti. Vi dirò due cose in merito: uno, se state con la Cina, dovete capire che siete un nostro nemico; due, state decidendo di diventare un nemico degli Stati Uniti. Perché, di nuovo, stiamo parlando di una accesa sfida sulla sicurezza”.

“Con noi o contro di noi”

“O siete con noi o contro di noi” ha continuato “e se avete ampie relazioni commerciali con la Cina e se siete amici della Cina, state minando gli Stati Uniti in questa sfida sulla sicurezza. In base alla nostra prospettiva, state nutrendo la bestia: questo non ci renderà felici. E quando non siamo felici, non dovete sottovalutare quanto possiamo essere cattivi. Chiedetelo a Fidel Castro”.

Una risata nervosa della platea del think tank australiano evidenziava le osservazioni più provocatorie di Mearsheimer. La CIA è nota per aver più volte tentato di assassinare Castro.

Se vi siete mai chiesti come gli Stati Uniti abbiano così tanto successo nel far allineare ai propri interessi le altre nazioni in tutto il mondo, ora lo sapete. Gli Stati Uniti non sono dei bravi attori sulla scena mondiale o degli amici gentili con i propri alleati: ti distruggono se disobbedisci.

L’Australia non è schierata con gli Stati Uniti per proteggersi dalla Cina: l’Australia è schierata con gli Stati Uniti per proteggere se stessa dagli Stati Uniti. Come ha recentemente osservato un mio follower di Twitter, gli Stati Uniti non hanno alleati, ma solo ostaggi.

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LA RUSSIA RITORNA NELL’OCEANO INDIANO: UNA BASE NAVALE SORGERÀ NEL MAR ROSSO

Notizie importanti sul tema del controllo dei mari non vengono rese note, eppure danno il quadro di come il cambiamento di forze sia ormai mutato

di Maksim Karpenko

La Russia creerà un punto di supporto logistico per la sua marina in Sudan. Questa decisione è già stata approvata dal governo e ora sarà approvata dal presidente Vladimir Putin. Secondo l’accordo tra Russia e Sudan, la base sarà fornita gratuitamente per 25 anni, con una proroga automatica per periodi di dieci anni.

La Russia potrà posizionare nella base non più di 300 delle sue navi militari e quattro della marina, comprese navi con motore nucleare. Inoltre, la Federazione Russa sarà in grado di trasportare “qualsiasi arma, munizione, equipaggiamento” necessario per il funzionamento della base e “per svolgere compiti tramite navi da guerra” attraverso i porti marittimi e gli aeroporti del Sudan. La Russia, a sua volta, dovrà fornire assistenza al Sudan nelle operazioni di ricerca e soccorso, difesa aerea e supporto antisabotaggio, se richiesto dalle autorità del Paese.

La creazione di un centro logistico navale nella regione è un passo importante che consentirà alla Russia di garantire la presenza di navi nell’Oceano Indiano, ha affermato Vasily Dandykin, capitano di primo grado e membro dell’organizzazione degli Ufficiali della Russia.

“Naturalmente, questo è molto importante. Parlavamo anche della Repubblica Centrafricana, ma credo che il Sudan sembri più prestigioso e migliore sotto questo aspetto. Il fatto che ciò sia accaduto è un risultato abbastanza grande sia per i diplomatici che per il governo, molto probabilmente, e il comandante in capo supremo è incluso. Certo, è molto importante per la marina, perché dopo l’epoca dell’Unione Sovietica, quando avevamo basi in Yemen, Somalia e così via, e potevamo risolvere rapidamente i problemi, quando avevamo uno squadrone nell’Oceano Indiano – ora non è il caso, tuttavia, delle navi della flotta del Pacifico e di altre flotte – entrambe le flotte del Mar Nero e del Nord, rientrano in gioco. Per quanto ne sappiamo, parleremo del fatto che quattro navi con motori nucleari possono essere posizionate lì – questo è un punto di riferimento. Inoltre, ci saranno terminali per il rifornimento, per il cibo, per l’acqua e tutto il resto. Ora non è necessario trascinare petroliere e altre flotte ausiliarie, e questa è una risorsa e un punto molto importante.

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