Cambiamenti politici in Thailandia

Proponiamo questo lungo e complesso articolo sul divenire della politica in Thailandia per più ragioni. Primo perché è una nazione geograficamente inserita in una posizione nevralgica per i futuri assetti geopolitici. In secondo luogo per ricordare l’uccisione di un giovane fotografo italiano, colpito proprio durante le manifestazioni della primavera del 2010 a Bangkok, durante l’assalto finale dell’esercito contro i sostenitori del Fronte Unito per la Democrazia, le cosiddette “camicie rosse”.

Fabio Polenghi era un bravissimo foto-reporter della provincia milanese.

                                               Il Wat Phrakaew a Bangkok in Thailandia

        Una manifestazione delle “camice rosse” esprime anche il ricordo di Fabio

di Vladimir Romanov*

(Si ricorda che la figura del Re in Thailandia – Rama – è considerata di origine divina-ndt.)

La Thailandia si sta preparando per le prime elezioni generali, previste per il 24 marzo, dal colpo di stato del 2014. Un’intensa campagna elettorale sta costringendo la società thailandese a seguire gli aggiornamenti delle notizie e a sostenere attivamente i propri candidati. Ma diversi giorni fa si è verificato un evento senza precedenti nella vita politica della nazione, già piena di sorprese, seguito poi da voci sull’ennesimo colpo di stato militare. Tutti questi sviluppi hanno generato interesse tra i ricercatori stranieri.

L’8 febbraio, la Thai Thai Raksa Chart (Phak Thai Raksa Chat) ha nominato la Principessa Ubol Ratana (Ubonrat Ratchakanya Siriwatthana Phannawadi) come candidata alla carica di Primo Ministro. Per la prima volta nella storia della monarchia costituzionale thailandese, un membro della famiglia reale diventa un contendente politico.

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Venezuela: dagli aiuti umanitari USA al cyberattacco-blackout, è già guerra di nuova generazione e antica ipocrisia

Come sempre Gennaro Carotenuto, oltre a informarci con precisione sui fatti e sui retroscena, ci fornisce i riferimenti storici e i paragoni di merito sull’attualità latinoamericana.

di Gennaro Carotenuto*

Le denunce del New York Times e di Forbes sui casi degli aiuti umanitari bruciati e sul blackout, che analizzo qui, attestano che in Venezuela la guerra sia già cominciata e le false notizie dominino incontrastate la costruzione dell’opinione pubblica.

Le guerre di nuova generazione fanno morti come e più di quelle che si combatterono con la clava, la balestra o il fucile Chassepot. Rispetto alla gravità del blackout in Venezuela ai media italiani è piaciuto a scatola chiusa sposare la tesi dell’inettitudine chavista. I chavisti sono per definizione tutti incapaci, sanguinari e corrotti. Sta diventando un tratto tipico della cultura politica italiana quella di non rispettare l’avversario, pensando che irridere e delegittimare corrisponda a cancellare. Tale attitudine impedisce di conoscere e capire, e tradisce la ragion stessa di essere dei media. Al contrario vari media statunitensi (https://www.forbes.com/sites/kalevleetaru/2019/03/09/could-venezuelas-power-outage-really-be-a-cyber-attack/amp/)  hanno preso molto sul serio e considerano credibile che il blackout in Venezuela sia stato causato da un cyberattacco informatico USA. Se così fosse sarebbe affare serio, perché saremmo con ogni evidenza di fronte a un atto di guerra di quelle della cosiddetta quarta generazione. Fossero stati gli hacker russi parleremmo di Terrorismo. Essendo i presunti autori del sabotaggio gli statunitensi, è bene parlare di azioni di guerra nelle quali viene bypassata la forza militare tradizionale per usare azioni di carattere economico, culturale, psicologico, in particolare usando l’informatica.

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Più di 400 stranieri sono in Venezuela, cosa hanno visto lì?

I lavori dell’Assemblea Internazionale dei Popoli a Caracas

di Leonardo Fernándes*

Da domenica scorsa (24 febbraio-ndt.), 400 rappresentanti di 85 paesi si sono incontrati nella capitale venezuelana, Caracas, dove si tiene l’Assemblea Internazionale dei Popoli fino a mercoledì prossimo (27 febbraio).

Per molti di coloro che sono arrivati in Venezuela nel bel mezzo del bombardamento negativo dei media contro il paese, la realtà trovata ha generato sorpresa. Questo è quanto ci dice il brasiliano Jessy Dayane, vicepresidente dell’Unione Nazionale degli Studenti (UNE).

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Celebrazione della festa dell’Armata Rossa a Mosca

Il 23 febbraio scorso a Mosca sono tornare a sventolare le bandiere con falce e martello

La manifestazione è stata organizzata dal Partito Comunista della Federazione Russa (CPRF), e diversi altri gruppi comunisti e socialisti si sono uniti alla marcia.

Un grande corteo è partito dalla piazza del teatro Bolshoi e si è concluso in un’arena teatrale prestabilita di fronte allo storico Metropol Hotel. Il giornalista comunista statunitense John Reed era  alloggiato al Metropol mentre copriva le notizie della rivoluzione del 1917 e l’edificio ha assistito a gran parte della storia della Mosca del XX secolo.

La manifestazione ha sfilato vicino alla Piazza Rossa di Mosca per commemorare il giorno che era noto come Giornata dell’Armata Rossa durante il periodo sovietico. Sotto l’attuale periodo nazionalista di Vladimir Putin / Dmitrij Medvedev, questo giorno è stato ribattezzato “Il giorno della difesa della Patria” ed è una festa nazionale nella Federazione Russa.

Sintesi di una nota di Liberation – USA

https://www.liberationnews.org/

Algeria: un’altra Libia?

di Arnaldo Musa Pacha*

Per ora, l’esercito ha lanciato forti avvertimenti contro coloro che cercano di destabilizzare il paese.
Si dice che fino a quando il petrolio dall’Algeria fluirà verso gli Stati Uniti e verso la ex potenza coloniale della Francia, tutto scorrerà su binari nel paese africano, caratterizzato dall’essere uno dei più stabili del continente, sempre sotto la tutela del presidente Abdelaziz Bouteflika, eletto quattro volte e che adesso aspira a un quinto mandato, quest’ultimo usato per scatenare massicce manifestazioni in molte parti della nazione, guidate da giovani studenti.
La continuità delle azioni e il crescente tasso di violenza scatenato dai manifestanti hanno fatto pensare seriamente a piano di destabilizzazione, con lo scopo di portare il paese a una situazione simile a quella vissuta in Libia, che, come tutti sappiamo, divenne un’aperta ingerenza dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, con gli Stati Uniti e la Francia alla testa.
I loro aerei e le loro navi da guerra si divertirono a bombardare le infrastrutture e le regioni popolate del paese, eccetto i pozzi petroliferi, con il colophon del ricercato e riuscito assassinio del leader libico, Muammar Gheddafi, celebrato e applaudito fragorosamente dall’allora Segretaria di Stato nordamericana, Hillary Clinton.

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Chi ha paura di Lula?

Lula esce dalla commemorazione, ampiamente scortato

di Emir Sader *

Lula è stata trattato, nella sua breve uscita per andare al funerale di suo nipote, come la persona più pericolosa in Brasile. Con il più grande apparato militare che uno possa avere per un cerimoniale come un funerale. Era circondato da centinaia di poliziotti, da dozzine di pattuglie, da elicotteri e da mitragliatrici.
L’uscita di Lula è stata trattata come un’operazione di guerra. Guerra di chi contro chi? Lula ispira tanta paura, in chi? chi ha paura di Lula?
Come si è potuto vedere in quell’uscita di Lula, non è il popolo che ha paura di Lula. Non è il popolo che minaccia la sicurezza di Lula.

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Declino politico della destra latinoamericana

L’espressione di Guaidó all’incontro con i suoi burattinai in Colombia il 23 febbraio scorso

di Simona Violetta Yagenova

Sei anni dopo la morte del comandante Hugo Chávez, la rivoluzione bolivariana si erge dignitosamente contro l’aggressione imperialista.

1. Il futuro della Grande Patria e la possibilità di emancipazione dei nostri popoli si combatte oggi nella Repubblica Bolivariana del Venezuela
Il Comandante eterno Hugo Chávez Frías una volta disse che “non ci sarà vera Rivoluzione se non toccheremo la fibra morale della nazione, per elevarla a parte sublime degli esseri umani”.

Chavez era un uomo dalla straordinaria capacità di amare, amava il suo popolo la sua patria e l’intera umanità. Un uomo che capì l’importanza della storia e dei tempi. Un uomo che osò sconvolgere l’era del dominio imperiale e del capitale, sconvolgendo inerzia, servilismo e pessimismo. La concezione della prassi di Chavez, combinando storia, teoria e pratica politica trasformata, fu sviluppata in un dialogo permanente col popolo, rendendo possibile la costruzione di un progetto rivoluzionario in così poco tempo, progetto popolare, profondamente democratico, antimperialista e socialista.

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Xi’an e del perché la nuova via della seta cinese terrorizza l’occidente

di Andre Vltchek*

La neve scende sui larghi marciapiedi della storica città di Xi’an, ma la gente non sembra essere turbata dal freddo pungente. Una delle più antiche città della Cina, Xi’an, è ora vibrante, ottimista e straordinariamente bella. I marciapiedi sono pavimentati con pietre costose e dispongono di spazio sufficiente per pedoni, biciclette elettriche, piante, alberi e pensiline per autobus. I tentativi del Partito Comunista di trasformare la Cina in una “civiltà ecologica” sono visibili ad ogni passo: gli alberi sono venerati e protetti, si è incoraggiati a camminare a piedi, mentre i trasporti pubblici efficienti, super moderni sono estremamente economici ed ecologici: metropolitana ed autobus elettrici. Tutti gli scooter sono elettrici, così come i tricicli destinati al trasporto di passeggeri tra le stazioni della metropolitana. Rispetto alla maggior parte delle città asiatiche, ma anche di Stati Uniti ed Europa, le metropoli cinesi, tra cui Xi’an, sembrano una sorta di aree urbane del futuro. Ma non sono “impersonali”, né atomizzate. Sono costruite per il popolo, non contro. Xi’an è dove iniziò la vecchia Via della Seta, collegando la Cina all’India, all’Asia centrale e al Medio Oriente. Ha un significato speciale e un profondo simbolismo nella storia cinese, ed è essenziale per il presente e il futuro della Cina. Xi’an è la più antica delle quattro antiche capitali e sede dell’esercito di terracotta dell’imperatore Qin Shi Huang.

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Colossale bugia sui morti negli ospedali venezuelani

La falsa notizia di decine di morti negli ospedali venezuelani l’hanno resa “vera” tramite l’industria della comunicazione. La cosa più grave è che il sistema d’informazione l’ha sostenuta per l’intera giornata, e non si smentirà ora. I media hanno ribadito che il black-out elettrico è avvenuto perché il governo Maduro non ha investito per preservare gli impianti. 

Ospedale universitario di Caracas

Il sabotaggio alla rete elettrica del Venezuela ha dato occasione ai nemici della Rivoluzione Bolivariana di diffondere ulteriori fake news. Il blackout – hanno detto – avrebbe causato morti negli ospedali venezuelani rimasti senza energia elettrica. Il vicepresidente per le Comunicazioni, Turismo e Cultura del Venezuela, Jorge Rodríguez, ha smentito la narrazione mediatica sulle morti negli ospedali durante il blackout nazionale, causato da un sabotaggio al sistema elettrico. Le fake news sono state diffuse sui social network, come quasi sempre avviene in questi casi.

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