Le antenne della Guerra Fredda

Non c’è Guerra Fredda senza antenne. Incominciò con Radio Europa Libera e Radio Libertà, che hanno aperto i cancelli alla caricatura banale, allo sproposito storico, all’insulto ingiustificato. Le radio si sono lanciate a descrivere quel che pensavano accadesse dietro la cortina di ferro con argomenti che poi avrebbero fatto arrossire qualcuno dei partecipanti a queste operazioni.

Illustrazione da CUBADEBATE

di Rosa Miriam Elizalde*

Quando il governo di George W. Bush ha smontato le antenne di Radio Libertà, nella spiaggia di Pals, in Spagna, i funzionari hanno riconosciuto che lo stavano facendo non solo perché costavano un’enormità, ma anche perché erano diventate obsolete e inefficaci le storie abituali alle quali gli Stati Uniti si erano avvinghiati con insistenza nel passato. Il Muro di Berlino era caduto e le sei potenti trasmittenti a onde corte poste di fronte al mare a Girona, erano uno scomodo ricordo della pratica della propaganda di Goebbles in un mondo che si stava riassestando.

Il falchi della disinformazione hanno creato Radio Martì nel 1985 a immagine e somiglianza di Radio Libertà per abbattere l’Isola comunista dei Caraibi,  che sarebbe caduta irrimediabilmente con il colpo sparato al cuore dell’orso sovietico. Siccome la predizione tardava troppo a diventare realtà, hanno duplicato la dose: nel 1990 hanno alzato anche le antenne di TV Martì. Da allora, le trasmissioni verso Cuba raggiungono la cifra insolita di 1800 ore settimanali, a un costo di più di mille milioni di dollari in poco più di tre decenni.

Questa è stata l’operazione più costosa, corrotta e inutile della lunga storia delle imprese di disinformazione delle agenzie statunitensi. Nell’Isola, dai primi tentativi di violazione dello spettro radioelettrico, un gruppo di brillanti ingegneri hanno moltiplicato per zero l’efficacia delle antenne.

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Lava Jato: dietro le quinte dell’operazione che ha distrutto il Brasile

Lula è stato dichiarato capo di una rete di corruzione dai procuratori di Lava Jato, anche se non hanno mai trovato prove contro di lui

Nel 2016, un editoriale della rivista Time scrisse : “I brasiliani chiamano Super Moro, cantandone il nome nelle strade di Rio de Janeiro come se fosse una stella del calcio”. Ma Sergio Moro è solo un giudice, anche se giudica lo scandalo di corruzione così grande che potrebbe far cadere un Presidente, e forse cambiare la cultura della corruzione che ostacolava i progressi del suo Paese. In quell’anno, la stessa rivista nominò il giudice Sergio Moro una delle cento persone più influenti del mondo, dopo aver contribuito alla caduta del governo di Dilma Rousseff con la fuga di notizie su conversazioni private con l’ex-presidente Lula Da Silva, una modalità criticata dalla Corte Suprema di Giustizia del Brasile. Tre anni dopo, Moro rilasciava una dichiarazione in cui descrive come “criminale invasione della sua privacy” le rivelazioni di The Intercept sul pregiudizio della sua figura e dei pubblici ministeri sul caso Lava Jato*, contro Lula Da Silva e il Partito dei Lavoratori. “Per quanto riguarda il contenuto dei messaggi che menzionano, non ci sono prove di alcuna anomalia”, riferendosi a Intercept, “ignorando il gigantesco schema della corruzione rivelato dall’Operazione Lava Jato”, aveva detto in una breve dichiarazione su quella che forse è una delle rivelazioni più note degli ultimi anni.

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Mike Pompeo mette in crisi le opposizioni e smantella il piano Guaidò

Mike Pompeo, dopo essersi lamentato che oltre a Guaidó esisterebbero ben altri 40 ladroni, non sapendo dove andare a parare con il piano fallito, sconfessa pian piano il 1° burattino

Juan Guaidó, Iván Duque y Mike Pence quando lanciavano la pressione sul Venezuela da Bogotá

Varie sono le reazioni della dirigenza anti-chavista sulle dichiarazioni del capo della diplomazia nordamericana Mike Pompeo, trapelata dal Washington Post alcuni giorni prima. Quello che appariva come un’operazione di controllo sulle comunicazioni, sarebbe in realtà un’azione di distacco dell’autocratico gruppo dirigente che comanda alla Casa Bianca, come in altre occasioni, cambiando la propria agenda e scaricando i propri agenti decaduti. Lo smantellamento delle piattaforme anti-Chavez in Venezuela da parte delle amministrazioni statunitensi ha avuto momenti diversi, già avvenuti con il coordinatore democratico all’inizio di questo secolo e più recentemente con la Tavola Democratica Unita (MUD). Sono venute alla luce le tensioni interne delle diverse espressioni dell’anti-chavismo, che oltre a confermare le parole di Pompeo, danno a tutti l’opportunità di attaccare o difendere il gruppo operativo di turno: Volontà Popolare (quello di Guaidó-ndt.).

Sconfitta dichiarata?

Il rappresentante speciale dell’amministrazione Trump per il Venezuela, Elliott Abrams, raccomandava al chavismo di tornare in Parlamento e di concordare con l’opposizione una transizione che portasse alle elezioni, una dichiarazione che indica un cambio di programma e la rinuncia all’acutizzarsi improvviso della crisi politica. Pare che ora “tutte le opzioni” sembrano scartate perché le minacce hanno un altro tono, mentre cercano d’intensificare le sanzioni, generare malcontento e aprire uno scenario elettorale per indurre un risultato come quello legislativo del 2015.

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Il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura avverte che Julian Assange potrebbe morire in prigione

In un’intervista rilasciata il 1 giugno alla ABC Radio di Adelaide, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, Nils Melzer ha avvertito che Julian Assange potrebbe morire in prigione se la sua persecuzione non viene interrotta immediatamente.
La settimana scorsa, Melzer ha emesso una feroce denuncia della persecuzione di Assange, definendola “tortura psicologica“.

Il reporter Philip Williams ha chiesto a Melzer: “Se i tuoi richiami vengono ignorati, temi che possa effettivamente morire in prigione?”  Melzer ha risposto, “Assolutamente sì. Questa è una paura che penso sia molto reale … gli effetti cumulativi di quella pressione costante, diventerà imprevedibile sapere come questo finirà. Ciò che vediamo è che le sue condizioni di salute si stanno deteriorando al punto che non può nemmeno apparire in un’audizione. Questo non è un procedimento giudiziario; questa è persecuzione e deve fermarsi qui e deve fermarsi ora “.

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L’intellettuale organico: Gramsci

Presentiamo uno degli articoli più interessanti e profondi che abbiamo inserito fino ad ora. Raccomandiamo di leggerlo, ma soprattutto di tornare a leggerlo in futuro, per non perdere l’àncora che dovrebbe tenere saldi, in una fase storica burrascosa, i principi e le valutazioni di fondo dei progressisti del XXI secolo. Tristemente, ma nel contempo per fortuna, da ormai troppi anni, le citazioni più acute e l’omaggio al sempre attuale Antonio Gramsci, ci arrivano solo da Cuba e per osmosi dai paesi latinoamericani. Vergogna ai perdenti e divisissimi “politici di sinistra” italiani!

Immagine tratta da Rebelión

(testo: NON DIMENTICARE! L’IMPORTANTE NON E’ SOLO CAPIRE IL MONDO IN UN ALTRO MODO, MA ANCHE FARE QUALCOSA PER CAMBIARLO)

Quando Antonio Gramsci fondò il Partito Comunista nel 1921, indicò l’establishment(1) come un nemico di classe, e il suo percorso non si fermò finché non cadde in un processo politico organizzato dal fascismo dominante, dove il magistrato dichiarò il “cervello” dell’intellettuale colpevole di tutte le accuse e “degno di 20 anni di condanna“.

di Mauricio Escuela*

Anni fa, quando ho sentito parlare per la prima volta della filosofia come la totalità del reale, sono rimasto stupito davanti alla caduta dei paradigmi morali e delle architetture del pensiero. Una di queste barriere era la convinzione che il materialismo si riferisce unicamente al palpabile e che l’idealismo è circoscritto all’invisibile. Con una rapidità propria dei dialoghi platonici, quello studente che ero (e continuo a essere) vide l’obiettività dell’ideale, ossia, il carattere concreto e storico della cultura.
In quell’orizzonte apparve Gramsci, un marxista italiano dell’inizio del secolo scorso, che leggeva Marx da Hegel, cioè, attraverso il prisma dello spirituale, per rivendicare l’uomo totale e il suo pensiero della totalità dell’esistente. Lo lessi fuori dei piani di studio, lo discussi nel corso di serate nella mia stanza universitaria, entrai al gruppo di coloro che assumono la storia come una creazione umana e, pertanto, come qualcosa di suscettibile di essere fatta nella maniera più giusta possibile.
Da allora, un concetto mi accompagna ogni volta che analizzo questioni sociali, quello dell’intellettuale organico, quella visione di Gramsci su tutti gli uomini come creatori e dei Prometeo del loro destino; un atto che anche liberato il pensiero di sinistra di certo accento positivista e paralizzante che prosperava nelle accademie della fine del secolo XIX. Per questo, Gramsci disse di Marx che non era un filosofo, poiché l’uomo di Treviri si comportava più come l’intellettuale organico che, spostato da una classe all’altra, era capace di creare una storia, una natura.

Tornare a Marx, al rivoluzionario e al giornalista, a colui che aveva previsto tante insidie della lotta della sinistra, è assumere il concetto gramsciano che l’uomo lavora la natura, che è il suo divenire, e vi imprime il suo sigillo, e non il contrario.
Questo ultimo somiglia molto al processo di auto-conoscenza dell’idea assoluta di Hegel che raggiunge nell’uomo e nel pensiero il suo culmine, solo che per Gramsci quella storia era emancipatrice e non poteva finire nell’aula di nessuna accademia.

Quello che fa un intellettuale organico.

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Totalitarismo digitale?

Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha comunicato che da questo mese di giugno le persone che chiedono un visto statunitense dovranno presentare i loro profili nelle reti sociali, i loro indirizzi di posta elettronica e i numeri telefonici utilizzati negli ultimi cinque anni.

di Iroel Sánchez*

Lei pensa d’andare negli Stati Uniti? Allora dovrà pensare bene nel momento d’esprimersi in internet, non solo pubblicare, condividere o dare il «Mi piace» nelle reti  sociali, ma anche nell’inviare la posta elettronica o un messaggio di Whatsapp.
Il Dipartimento di Stato ha comunicato che da  questo mese di giugno le persone che chiedono un visto statunitense dovranno presentare i loro profili nelle reti sociali, li loro indirizzi di posta elettronica e i numeri telefonici utilizzati negli ultimi cinque anni.
Ovviamente, non chiedono contrassegni dato che la maggioranza di queste imprese sono nordamericane non li necessitano ed hanno le porte aperte dei loro servitori.
Quindi se lei pensa d’andare negli Stati Uniti, che viva in qualsiasi posto, che sia nato in qualsiasi posto e che pensi come pensa, dovrà consegnare al governo statunitense tutto quello che ha fatto e detto in internet negli ultimi cinque anni.
Ovviamente queste informazioni controllate da potenti computers e algoritmi non solo determineranno se lei minaccia di fare una pernacchia all’inquilino della Casa Bianca, ma sapranno di lei molto più che i suoi genitori, tutta la sua famiglia, i suo amici e anche lei stesso.

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Siamo tutti bugiardi

Thierry Meyssan replica alle commemorazioni dello sbarco in Normandia e del massacro di Tienanmen, nonché alla propaganda elettorale per le recenti elezioni del parlamento europeo, mettendo l’accento sul fatto che continuiamo a mentire, persino rallegrandocene. Soltanto la verità può però renderci liberi.

di Thierry Meyssan*

La propaganda è un mezzo per diffondere idee, siano esse vere o false. Ma mentire a sé stessi significa non assumersi la responsabilità dei propri errori, convincersi di essere perfetti e passare oltre.

La Turchia è l’esempio estremo di questo atteggiamento. Insiste a negare di aver cercato di liberarsi delle minoranze non mussulmane, tentando di farle sparire a ondate per un’intera generazione, dal 1894 al 1923. Anche gli israeliani non se la cavano male: pretendono di aver creato il loro Stato allo scopo di offrire vita degna agli ebrei sopravvissuti allo sterminio nazista, quando invece già nel 1917 Woodrow Wilson si era impegnato a fondarlo, e nonostante oggi in Israele oltre 50.000 sopravvissuti ai campi della morte vivano in miseria, al di sotto della soglia di povertà. Ma gli occidentali provvedono da sé a costruire il consenso attorno alle proprie menzogne e le professano come fossero verità rivelate.

Lo sbarco in Normandia

Si festeggia il 75° anniversario dello sbarco in Normandia. Quasi unanimemente i media affermano che con questa operazione gli Alleati diedero inizio alla liberazione dell’Europa dal giogo nazista.

Ebbene, sappiamo tutti che è una menzogna.

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Presentato a Londra il potenziale petrolifero equivalente a più di 6.000 milioni di barili

Cuba ha presentato a investitori del Regno Unito e di altri paesi un bando di gara pubblica per l’esplorazione e lo sfruttamento petrolifero in 24 blocchi della Zona Economica Esclusiva (ZEE) che appartiene all’Isola, situata nel Golfo del Messico.
Il direttore aggiunto dell’impresa statale Unión Cuba Petróleo (Cupet), Roberto Suárez, ha detto ai
rappresentanti di 20 imprese che hanno partecipato alla presentazione a Londra, che l’area ha un potenziale di produzione di petrolio e gas equivalente a circa seimila milioni di barili.
Questa previsione, ha chiarito, è avallata dagli studi sismici che ha realizzato nel 2017 la prestigiosa
compagnia di servizi geofisici BGP e che sono a disposizione delle compagnie interessate a investire
nella ZEE.

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Muammar Gheddafi e gli Stati Uniti d’Africa

Torniamo sull’argomento che tocca la più spietata e disumana negazione subita da un continente: il futuro rubato all’Africa. In quanto alla sua storia, forse non si riuscirà neppure a ricostruire in epoche a venire il dolore subito da generazioni di africani. Le prove sono continuamente seppellite sotto l’indifferenza e la necessità di non doverne rendere conto. Dalla schiavitù agli stermini, dal colonialismo alla negazione della stessa natura umana, al divieto appunto di poter immaginare un futuro autonomo. A 77 anni dalla nascita di Muammar Gheddafi, il 7 giugno 1942, e a circa 8 dal suo assassinio, ripassiamo con un articolo del 2016 l’ennesima bacchettata sulle mani toccata all’Africa che con metodi giusti o sbagliati (per chi, per noi europei?) guardava alla possibile costruzione di sistemi differenti dal colonialismo o dal neo-colonialismo.

di Tatenda Gwaambuka*

Chiunque abbia ucciso il colonnello ha anche sterminato le prospettive di uno stato africano e la sua moneta d’oro a sostegno dell’oro.

Qualcuno ha ucciso il colonnello Muammar Gheddafi. Potrebbe essere stato il Consiglio nazionale di transizione della Libia o una spia francese, ma qualcuno lo ha fatto. Chiunque abbia ucciso il colonnello ha anche sterminato le prospettive di uno stato africano e la sua moneta d’oro. Sì, sembra interessante come le idee di Star Trek di un’Africa unita e chissà, forse il buon colonnello è stato ispirato dal film o forse era solo un passo avanti nella curva evolutiva. Gheddafi era un noto sostenitore di un continente africano unificato con un leader e senza premi per chi avesse indovinato chi sarebbe stato. Sarebbe lui, l’unico vero Re dei Re; un titolo per il quale avrebbe manipolato leader africani tradizionali e creduloni, per accordarglielo. È interessante notare che, dopo la sua morte, il presidente Robert Mugabe ha mostrato interesse per l’idea. Chi meglio saprebbe guidare gli Stati Uniti d’Africa, di un uomo con trentasei anni di esperienza nella politica africana? Non rispondete.

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