I cento giorni di Guaidò e il fallimento della strategia USA

Nessuno dei programmi mirati dall’autoproclamato Guaidó ha fatto centro. A quasi cento giorni dall’auto-investitura, per lui è aumentato solo il disprezzo popolare e ci sono stati gravi danni al Paese. La strategia è ferma al fallimentare incontro con i suoi mandatari esteri in Colombia del 24 febbraio scorso. 

Lo schema di estrema pressione sulle istituzioni militari venezuelane per cedere ai dettami della Casa Bianca e colpire il Presidente Nicolás Maduro sembra esaurirsi senza i risultati attesi. Allo stesso tempo, tale sedimentazione sarebbe replicata a livello politico regionale con l’esaurimento di tutte le narrazioni contro il governo venezuelano, senza risultati concreti in vista. Caracas non smette di vacillare. E questa è una condizione che supera molte stime iniziali a Washington, poiché l’integrità del tessuto politico ed istituzionale è stata mantenuta. Non ci sono state defezioni o rivolte significative nella sfera delle Forze armate nazionali bolivariane (FANB).

Allo stesso tempo, analisi da varie direzioni suggeriscono che le possibilità di una guerra aperta contro il Venezuela sono sempre più scarse. Questi eventi potrebbero spiegare il fallimento nella lettura di Washington e il conseguente errato sviluppo della strategia contro il Venezuela. Quasi cento giorni dopo “l’ascesa di Juan Guaidó” nella politica venezuelana, non è il “presidente ad interim” del Venezuela, al contrario, è squalificato da cariche pubbliche per 15 anni e la sua immunità parlamentare tolta dall’Assemblea nazionale costituente, organo plenipotenziario del Paese, su richiesta della Corte suprema di giustizia.

Il probabile fallimento della strategia contro il Venezuela
Il Washington Post recentemente analizzava il caso osservando che Caracas ha letto il contesto geopolitico e le possibilità di intervento attraverso modalità aperte. Secondo il giornale, il governo venezuelano ha capito che Washington “bluffava” sulla minaccia di una guerra aperta e questo è ciò che i comandanti militari venezuelani avevano ben inteso. “Ad oggi, la campagna non ha praticamente avuto alcun effetto sull’obiettivo prefissato, non ci sono state defezioni di generali venezuelani e non ci sono segni di alcun movimento nei confronti di Maduro”, dicono. Le indicazioni di queste possibilità risiedono nella vasta conoscenza che il chavismo ha dell’avversario locale. Infatti, dopo l’auto-nomina di Juan Guaidó e le pressioni esercitate dal governo degli Stati Uniti per imporre il “riconoscimento” internazionale, è mancata un’adesione in Venezuela per sostenere la rottura dei comandi militari e per propiziare un “colpo di stato” contro Maduro, come punto di avvio di altre operazioni di destituzione, nonostante la gentile concessione di Washington. Il chavismo ha seguito da vicino tutte le intenzioni di sedizione nelle FANB scrutandole in profondità, e la gran parte della possibilità, si è rivelata un guscio vuoto. Con gli arresti mirati sono stati smantellati i complotti di “Golpe azzurro” e di “Operazione costituzione” nel 2014 e nel 2018. Perciò il racconto della Casa Bianca, che auspicava con insistenza l’intervento militare venezuelano, non aveva fondamento. Come il cosiddetto “decreto di amnistia” con cui Guaidó “avrebbe perdonato” l’esercito venezuelano una volta ribellatosi. Erano prove del fatto che lo schieramento operativo golpista in Venezuela si ispirava al colpo di Stato “dall’interno”, sebbene non ce ne fossero le condizioni. Su tale scommessa era stata costruita l’impalcatura delle enormi pressioni politiche e diplomatiche, così come l’approfondimento dell’assedio economico del Venezuela che significavano estrema pressione per spezzarlo. La minaccia di guerra aperta in una tale trama era un accessorio indispensabile, ma sempre e solo un accessorio. La possibilità che alcune pressioni fossero guidate da informazioni e promesse della gendarmeria locale dell’opposizione, in particolare dal partito Voluntad Popular, è del tutto possibile, dato che il partito di Leopoldo López fu l’artefice delle violenze nel 2014 e nel 2017 in Venezuela con azioni sfrenate e goffe. I favoriti di Washington, avevano fatto il massimo ricorso alla “presidenza” dell’organizzazione del parlamento venezuelano, per erigerne il “capo” a leadership nazionale, bypassando gli altri  partiti di opposizione e tentando al massimo di capitalizzare sul primo posto della politica venezuelana. Cioè, ansie ed errori fatali passarono da Leopoldo López a Juan Guaidó, in quanto comuni denominatori di Voluntad popular, che al riparo delle solide lobby estere del dipartimento di Stato, che ne ha saputo strumentalizzare il protagonismo, ma non ha potuto però far mutare la struttura politica interna del Venezuela.

La portata internazionale
Anche la suddivisione dei piani in politica estera degli Stati Uniti su più fronti simultanei è evidente. Nel contesto, l’Europa è tangenziale eludendo le sanzioni all’Iran. Il vertice con la Corea democratica era fallito miseramente e Washington si occupa di questo equilibrio. Le politiche protezionistiche statunitensi hanno aumentato le tensioni con la Cina che accelera il proprio riposizionamento dopo l’uscita degli Stati Uniti dal Trattato TransPacifico. La Casa Bianca non riesce a far credere che l’incursione in Siria abbia avuto “successo” e che il suo ritiro sia “dignitoso”. Tali elementi devono essere aggiunti al contesto della politica interna degli Stati Uniti, che chiaramente fornisce la prova di come l’attuale amministrazione abbia spazio di manovra piuttosto limitato a causa dell’enorme costo nel gestire le pressioni interne. Trump doveva deviare fondi del Pentagono per costruire il suo muro sul confine meridionale e allo stesso tempo usare la propria ricchezza attaccando l’élite liberale del suo Paese, in un episodio grave del conflitto interno che divide i poteri negli Stati Uniti. In altre parole, ci sono serie condizioni sulla politica nordamericana che ne limitano la gestione del caso venezuelano, per accelerarla in varie altre aree, ma trattenendosi dal premere il pulsante della guerra aperta. Il capo del Comando Sud degli Stati Uniti, ammiraglio Craig Faller, dichiarava il rifiuto dei leader della regione a una guerra in Venezuela. “Abbiamo parlato coi nostri partner e nessuno pensa che l’opzione militare sia una buona idea”, aveva detto Faller, le cui dichiarazioni sono un ritratto delle contraddizioni regionali. L’agenda della delegittimazione del governo venezuelano, focalizzata nei mesi precedenti, mostra una decadenza nei quasi cento giorni dalla “nomina” di Juan Guaidó. Le dichiarazioni viscerali di Iván Duque, Mauricio Macri e Jair Bolsonaro come referenti regionali, sono anche in declino, e tendono a seguire il governo tedesco che decideva di non riconoscere “l’ambasciatore” di Juan Guaidó. Segni apprezzabili dalla regione latinoamericana e caraibica del logoramento davanti l’immobilità del governo venezuelano, a questo punto è evidente l’insostenibilità degli argomenti, in vigore da anni, senza che i proclamati “rivolta e colpo” a Maduro si verifichino. Tuttavia, tali eventi non desumono la scomparsa delle possibilità di una guerra mercenaria in Venezuela. Il Ministro degli Esteri Jorge Arreaza e lo stesso Presidente Maduro osservavano che in Colombia vi è uno spiegamento di paramilitari che potrebbe guidare la guerra mercenaria contro le istituzioni venezuelane, come punto di massima pressione sulle entità militari e svolta per estendere il conflitto. Dal 7 marzo, nelle ultime settimane, il Venezuela è stato soggetto ad ampio sabotaggio del sistema elettrico, atti sviluppati con l’intenzione di generare confusione nazionale e caos interno, oltre a colpire sistemi vitali per il Paese e accelerare un collasso indotto che generi l’opportunità di scatenare un conflitto interno. Questa sembra la scommessa immediata di Washington, prima del fallimento definitivo del “piano Guaidó”.

Fonte: Mision Verdad – Venezuela

http://misionverdad.com/entrevistas%20/a-casi-100-dias-de-guaido-esta-fallando-la-estrategia-estadounidense