Intervista con il candidato sindaco per Istanbul del Partito Comunista di Turchia

La candidata a sindaco per İstanbul del TKP, Zehra Güner Karaoğlu (Foto: haber.sol.org.tr)

Il Partito Comunista di Turchia (TKP) si sta impegnando nella competizione elettorale a livello comunale con gli slogan “Contro il regno del capitale, il popolo ha il TKP” e “Non siamo nella stessa barca”, questo nonostante i problemi di repressione, la limitazione delle libertà di espressione che le forze progressiste e rivoluzionarie si trovano ad affrontare in Turchia. Zehra, puoi parlare delle ragioni principali della tua partecipazione alle elezioni municipali?

Il TKP considera le elezioni come parte della lotta di classe. Ci sono molti partiti capitalisti che partecipano alle elezioni. TKP vuole lottare per i diritti e gli interessi dei lavoratori, dei lavoratori e per dimostrare che i lavoratori nel nostro paese non sono condannati al dominio dei padroni. Vogliamo intensificare, organizzare ed espandere la lotta che stiamo conducendo contro la classe capitalista e aumentare i voti del partito della classe operaia. Siamo l’unico partito alle elezioni che chiede che questo ordine venga rovesciato.

Raduno elettorale TKP tenutosi il 10 marzo scorso a Istanbul. 

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Intervista a Caracas al professore cubano Ernesto Wong

Ernesto Wong durante un’intervista televisiva

di Marinella Correggia*

Non è successo nulla, alla fine, lo scorso 23 febbraio, data dell’ultimatum imposto per la consegna degli «aiuti umanitari». E non è stato benefico per l’opposizione golpista nemmeno l’attacco cibernetico elettromagnetico che ha messo fuori uso la centrale idroelettrica di Guri, nello Stato Bolivar, provocando un black-out nazionale durato oltre tre giorni in quasi tutto il paese. Anzi, il New York Times proprio in questi giorni, probabilmente in funzione anti-Trump, «ricostruisce» quello che le tivù venezuelane avevano già verificato sul campo, alla frontiera con la Colombia: i famosissimi camion «umanitari» sono stati incendiati dall’opposizione.

L’arrivo di Michelle Bachelet, Commissaria ONU per i diritti umani, dovrebbe completare il quadro. Prima di lei, l’OHCHR fece un pessimo rapporto sul Venezuela, nel 2017, post-guarimbas, incontrando solo l’opposizione a Panamà. Un cambiamento, dunque, questa visita.

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“Hands off Venezuela”. Migliaia di persone protestano a Washington contro il possibile intervento degli USA

Avevamo annunciato la manifestazione dei progressisti statunitensi a Washington contro la guerra e l’interferenza nordamericana in Venezuela.

E’ STATA UN GRANDE SUCCESSO!

La più grande dimostrazione fino ad oggi negli Stati Uniti in opposizione al golpe programmato di Donald Trump in Venezuela si è svolta a Washington DC il 16 marzo. L’azione, avviata dalla coalizione ANSWER e sostenuta da decine di organizzazioni progressiste e centinaia di leader di base, si è riunita in davanti alla Casa Bianca per dire no alle sanzioni, al colpo di stato e alla guerra contro il Venezuela.

Una manifestazione dove è stato espresso il rifiuto al possibile intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela e il sostegno al presidente del paese latinoamericano, Nicolás Maduro. Foto e video, trasmessi sui social network, mostrano la folla di manifestanti, che ha chiesto alle autorità statunitensi di fermare i  tentativi di influenzare, attraverso azioni militari e pressioni economiche il Venezuela, che sta vivendo una crisi politica dopo l’auto proclamazione di Juan Guaidó come “presidente in carica” il 23 gennaio.

Tra gli slogan principali della manifestazione “Hands off Venezuela” [Giù le mani dal Venezuela], che è già diventato una frase emblematica per il popolo venezuelano, dopo che è stato usato dal presidente Maduro in un discorso indirizzato al suo omologo statunitense, Donald Trump. Da parte sua, il ministro degli esteri venezuelano Jorge Arreaza ha ringraziato le “migliaia” di statunitensi che hanno manifestato per le strade di Washington. Il vice ministro del Venezuela per il Nord America, Carlos Ron, ha anche sottolineato la “solidarietà” del “vero popolo degli Stati Uniti” che si oppone alla guerra contro il Venezuela.

Fonte: Liberation News – San Francisco

https://www.liberationnews.org/large-crowd-gathers-for-the-national-march-on-the-white-house-u-s-hands-off-venezuela/

Venezuela: Adiós Guaidó

di Ángel Guerra Cabrera*

L’aggressione delle potenze straniere offre ai popoli rivoluzionari l’opportunità di elevare coscienza politica ed autostima, accrescere volontà e cultura di resistenza e mettere alla prova la capacità di sconfiggere potenti nemici. Si rafforzano di fronte l’intervento o sono sconfitti da intervento e controrivoluzione. Il popolo venezuelano ha lottato per quasi due decenni di feroce ostilità dall’imperialismo USA, e dei suoi alleati e lacchè. Fu attaccato su più fronti tra cui la guerra economica, quella dei media e recentemente elettrica, nel contesto della tattica del colpo di Stato continuo e della guerra irregolare o ibrida. Ma è uscito vittorioso e con il morale alto dopo ogni attacco.

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Armi finanziarie: il Fondo monetario internazionale come parte della strategia non-convenzionale degli Stati Uniti

La guerra finanziaria del neoliberismo, che ha impoverito tutto l’occidente, ha avuto il suo periodo di prova fin dai tempi dei Chicago Boys in Cile. La strategia si è raffinata con l’uso di “Strutture Indipendenti” di nome, ma di fatto sotto controllo ferreo del potere nordamericano. L’America Latina torna ad essere nuovamente “in debito” con chi ne sfrutta le risorse; apripista è l’Argentina.

 

di Alfredo Zaiat*

Con l’Argentina, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) è tornato come finanziatore diretto dell’America Latina con la tradizionale posizione di stand-by, avviando un nuovo ciclo nella regione dei prestiti condizionati. Recentemente l’Ecuador ha aderito con un credito di 4.200 milioni di dollari, che sale a 10 miliardi con il contributo di altre organizzazioni finanziarie internazionali. Messico e Colombia hanno una linea di parallela, che viene rilasciata prima di situazioni economiche critiche e che, per il momento, non è stata attivata. Il FMI recupera quindi il ruolo di revisore delle politiche economiche al fine di garantire, fondamentalmente, il pagamento degli interessi e del capitale del debito estero. In questo compito, allo stesso tempo, condiziona i paesi in due modi: finanziario ed economico, definendo accordi che forniscono business alle banche (riforma delle pensioni), migliorano il tasso di rendimento delle imprese (flessibilità del lavoro) e forniscono aree statali privilegiate alle multinazionali dei servizi americani ed europei (privatizzazioni). Il FMI ha un altro ruolo che non è molto considerato nelle solite analisi, che consiste in una parte rilevante nell’ordinamento della questione geopolitica degli Stati Uniti, come un braccio economico di intervento in aree che il potere economico considera strategiche per i suoi interessi .

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Gli attivisti della Baia di San Francisco chiedono la fine dell’aggressione imperialista contro il Venezuela

Sabato 9 marzo si è svolta a San Francisco una manifestazione e una marcia per chiedere la fine dell’aggressione imperialista USA contro il Venezuela.

Il Venezuela è stato per due giorni in un blackout a livello nazionale, derivante da un attacco all’infrastruttura energetica del Paese.

Il 9 marzo ha anche segnato il quarto anniversario della dichiarazione dell’ex presidente Obama,  che stabiliva il Venezuela una minaccia alla sicurezza nazionale per gli Stati Uniti, consentendo l’escalation della guerra economica attraverso le sanzioni. L’amministrazione Trump ha esteso questo mandato.

Ogni anno dal 2015, il governo democraticamente eletto del presidente Nicolás Maduro ha designato il 9 marzo come una “Giornata anti-imperialista bolivariana”. Molte migliaia di venezuelani della classe operaia e rivoluzionari hanno invaso le strade in difesa della loro sovranità e del potere politico ed economico, come dei guadagni sociali fatti negli ultimi 20 anni.

A San Francisco, più di 200 persone in rappresentanza di una vasta gamma di organizzazioni progressiste e antimperialiste in tutta la Bay Area sono scese in piazza in solidarietà. L’azione è stata a dispetto della crescente pressione rivolta alle persone negli Stati Uniti per allinearsi agli sforzi di cambiamento di regime da parte dei mezzi di comunicazione di proprietà delle imprese e delle istituzioni politiche di entrambi i principali partiti.

L’azione è stata avviata dalla coalizione ANSWER (Agire ora per fermare la guerra e porre fine al razzismo). È stata approvata da AIM-West, Al-Awda SF, Alianza Hondureña USA NorCal, Partito Rivoluzionario Popolare Africano, Anakbayan – Silicon Valley, Centro risorse e organizzazione arabi (AROC), CODEPINK – Comitato di solidarietà di San Francisco con Cuba e Venezuela, Socialisti Democratici d’America di San Francisco e East Bay, FMLN – NorCal, Partito Verde Contea di Santa Clara, Comitato d’azione di Haiti, Partito per socialismo e la liberazione, Pace e libertà, Consiglio del lavoro di San Francisco, Centro di pace e giustizia di San José, Serv the People San José, Studenti per la giustizia in Palestina – San Jose e Resistenza del terzo mondo.

Durante la manifestazione i relatori si sono fermati ai piedi della statua del liberatore latinoamericano Simón Bolívar, nella piazza delle Nazioni Unite, con uno striscione che recitava “US Hand Off Venezuela! No al colpo di stato! No alle sanzioni! Il denaro per i bisogni della gente, non un’altra guerra! ” […]

Fonte: Liberation – USA

 

Novembre 1963 – Malcolm X a Oxford: “mi uccideranno presto”

Poco prima del suo omicidio, l’attivista nero radicale ha partecipato a un dibattito a Oxford. Tariq Alí ricorda il loro incontro, che lo ha lasciato scioccato (e che ora è oggetto di un programma televisivo).

Malcolm Little, detto Malcom X (o Detroit Red) fu attivista per i diritti umani e leader della lotta degli afroamericani, venne assassinato il 21 febbraio del 1965

di Tariq Alí

Malcolm X divenne famoso a livello internazionale il giorno dopo che il presidente John F. Kennedy fu assassinato. Quando gli era stato chiesto se volesse commentare, Malcolm tranquillamente rispose ai giornalisti della televisione americana che non era affatto sorpreso, perché “se allevavi corvi, ti caveranno gli occhi“. Era il novembre del 1963 e all’epoca era un membro di spicco della Nation of Islam, un’organizzazione separatista nera. Il suo leader, Elijah Muhammad, lo ripudiò pubblicamente e gli proibì di parlare in pubblico.

Ero arrivato a Oxford un mese prima e avevo assistito all’assassinio di Kennedy alla BBC. Avevo letto anche il commento di Malcolm sulla stampa. Un anno dopo, Eric Abrahams, mio ​​amico e presidente radicale giamaicano della Oxford Union, ha deciso di invitare Malcolm a partecipare al suo dibattito di addio. Il tema era una citazione di Barry Goldwater, repubblicano e candidato alla destra per la presidenza: “L’estremismo nella difesa della libertà non è un vizio, la moderazione nella ricerca della giustizia non è una virtù”.

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Cambiamenti politici in Thailandia

Proponiamo questo lungo e complesso articolo sul divenire della politica in Thailandia per più ragioni. Primo perché è una nazione geograficamente inserita in una posizione nevralgica per i futuri assetti geopolitici. In secondo luogo per ricordare l’uccisione di un giovane fotografo italiano, colpito proprio durante le manifestazioni della primavera del 2010 a Bangkok, durante l’assalto finale dell’esercito contro i sostenitori del Fronte Unito per la Democrazia, le cosiddette “camicie rosse”.

Fabio Polenghi era un bravissimo foto-reporter della provincia milanese.

                                               Il Wat Phrakaew a Bangkok in Thailandia

        Una manifestazione delle “camice rosse” esprime anche il ricordo di Fabio

di Vladimir Romanov*

(Si ricorda che la figura del Re in Thailandia – Rama – è considerata di origine divina-ndt.)

La Thailandia si sta preparando per le prime elezioni generali, previste per il 24 marzo, dal colpo di stato del 2014. Un’intensa campagna elettorale sta costringendo la società thailandese a seguire gli aggiornamenti delle notizie e a sostenere attivamente i propri candidati. Ma diversi giorni fa si è verificato un evento senza precedenti nella vita politica della nazione, già piena di sorprese, seguito poi da voci sull’ennesimo colpo di stato militare. Tutti questi sviluppi hanno generato interesse tra i ricercatori stranieri.

L’8 febbraio, la Thai Thai Raksa Chart (Phak Thai Raksa Chat) ha nominato la Principessa Ubol Ratana (Ubonrat Ratchakanya Siriwatthana Phannawadi) come candidata alla carica di Primo Ministro. Per la prima volta nella storia della monarchia costituzionale thailandese, un membro della famiglia reale diventa un contendente politico.

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Venezuela: dagli aiuti umanitari USA al cyberattacco-blackout, è già guerra di nuova generazione e antica ipocrisia

Come sempre Gennaro Carotenuto, oltre a informarci con precisione sui fatti e sui retroscena, ci fornisce i riferimenti storici e i paragoni di merito sull’attualità latinoamericana.

di Gennaro Carotenuto*

Le denunce del New York Times e di Forbes sui casi degli aiuti umanitari bruciati e sul blackout, che analizzo qui, attestano che in Venezuela la guerra sia già cominciata e le false notizie dominino incontrastate la costruzione dell’opinione pubblica.

Le guerre di nuova generazione fanno morti come e più di quelle che si combatterono con la clava, la balestra o il fucile Chassepot. Rispetto alla gravità del blackout in Venezuela ai media italiani è piaciuto a scatola chiusa sposare la tesi dell’inettitudine chavista. I chavisti sono per definizione tutti incapaci, sanguinari e corrotti. Sta diventando un tratto tipico della cultura politica italiana quella di non rispettare l’avversario, pensando che irridere e delegittimare corrisponda a cancellare. Tale attitudine impedisce di conoscere e capire, e tradisce la ragion stessa di essere dei media. Al contrario vari media statunitensi (https://www.forbes.com/sites/kalevleetaru/2019/03/09/could-venezuelas-power-outage-really-be-a-cyber-attack/amp/)  hanno preso molto sul serio e considerano credibile che il blackout in Venezuela sia stato causato da un cyberattacco informatico USA. Se così fosse sarebbe affare serio, perché saremmo con ogni evidenza di fronte a un atto di guerra di quelle della cosiddetta quarta generazione. Fossero stati gli hacker russi parleremmo di Terrorismo. Essendo i presunti autori del sabotaggio gli statunitensi, è bene parlare di azioni di guerra nelle quali viene bypassata la forza militare tradizionale per usare azioni di carattere economico, culturale, psicologico, in particolare usando l’informatica.

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